RISCOPRIRE LE MOTIVAZIONI

Dopo molto tempo torno a scrivere su questo blog. Troppe volte ho pensato di capire, di poter valutare, giudicare. Oggi mi sono accorto dell’assoluta superficialità di questo atteggiamento, ho capito che anche quando ho gli elementi che veramente possono aiutare a capire, li metto da parte e mi baso su criteri egoistici, che proprio per il fatto che sono egoistici mi sembrano giusti. Così dimentico i valori di fondo che creano e stabilizzano un rapporto umano. Poi mi ritrovo di fronte a cose inattese, o meglio rimosse, e allora riscopro il senso di ciò che mi sembrava incomprensibile. Mi sento emotivamente carico, investito di cose più grandi di me, di una responsabilità che non posso e soprattutto non voglio mettere da parte. Ritrovo le motivazioni delle mie scelte, di scelte che mi sembravano sbagliate o almeno superate. Mi rendo conto di contare qualcosa, per poco che sia, ma di contare veramente. Mi accorgo che un dialogo profondo esiste ancora, come prima, forse più di prima, nonostante mille impossibilità, mille storie, mille paure. Esiste un dialogo in cui non si possono cambiare gli interlocutori. E il capirsi è profondo, al di là delle negazioni e delle parole, è profondo perché è basato sull’accettazione della debolezza, sull’essere quello che si è. È un modo unico di essere se stessi. Mi fermo di fronte ad abissi d’ansia e d’incertezza, di sentimenti oscuri, di cose antiche, perse nella memoria. Ascolto attentissimo perché so che non sono parole, cerco di rispondere tenendomi allo stesso livello, ma è difficile, non sono abituato a questi tipi di comunicazione, in cui non c’è recita e non c’è copione. Riscopro livelli di umanità che mi turba. È una giornata strana, quasi una rinascita, confusa tra mille altre cose, ma una rinascita vera, un modo di ricordare, di riaprire gli occhi, di sistemare la memoria mettendo in luce le cose fondamentali. Ricomincio a dare un valore alle cose, alle persone, alle parole, agli sguardi. Avevo dimenticato che avevo un dovere da compiere e che non potevo essere sostituito. Ci sono persone che hanno creduto in me e mi hanno dato fiducia e lo hanno fatto senza riserve e io sono arrivato a dimenticarmi di tutto questo in nome di cose che non contano nulla. Ma oggi ho riaperto gli occhi.

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Incomunicabilità tra gay di diverse generazioni

Che cosa resta di gay ad un vecchio? No, il problema è posto male, dovrei chiedermi che cosa significa essere gay quando si va versi i 70 anni. La parola gay, applicata ad un vecchio, non è una parola che si riferisce al presente ma è un termine che indica qualcosa che è esistito in un’altra epoca, quando si è vecchi, la parola gay diventa leggera, è un contenitore di ricordi, più o meno qualificanti, è una chiave importante dell’archivio della memoria, ma anche, inevitabilmente, lo spazio del confronto, o se vogliamo dell’incomprensione, con i gay giovani. Quando diventi vecchio ti porti appresso vecchi modelli, vecchie categorie, vecchi ricordi, vecchi sogni, tutto un mondo che è invecchiato con te, un mondo con una vecchia tecnologia, un mondo superato che non vuole neppure adeguarsi alle novità. Mi rendo conto di come mi giudicano i giovani gay, mi giudicano con un certo rispetto, e questo mi fa piacere, ma mi classificano come un sopravvissuto, una mummia risorta da un passato che non ha più senso, che si può anche rispettare ma che non si può certo considerare se non con l’attenzione e con la cura che si dedica ai ricordi del passato. La frattura si avverte, meno dirompente quando esistono dei territori comuni diversi dall’essere gay, quando c’è qualcosa da condividere, al di fuori dell’omosessualità. Oggi tutto tende ad essere diverso. Parlando coi ragazzi gay avverto altri principi, altri valori, altre regole, in buona sostanza un’altra omosessualità. Un vecchio come me ha in mente la pia illusione che la sua esperienza, per poco che valga, possa essere forse utile a chi verrà dopo, ma l’esperienza dei fatti ridimensiona questa convinzione, la svuota di contenuto, e in questo modo la trasforma da elemento di coesione generazionale in elemento di frattura. Lo vedo anche dalla reazioni che suscitano oggi i miei romanzi, il primo, scritto oltre 31 anni fa, e altri più recenti, quei libri parlano solo ai gay della mia generazione, ma i gay giovani li considerano come cose superate, vecchie, piene di problemi che oggi non esistono più o che hanno trovato e trovano altre soluzioni e non occupano più lo spazio mentale che occupavano in passato. Un romanzo sa di vecchio quando i giovani non ci si ritrovano. Molti gay giovani si stupiscono del fatto che i gay vecchi stiano bene solo tra loro e anche lì con fortissime limitazioni, si stupiscono che i gay della mia generazione non cerchino un vero dialogo con i gay giovani. Evidentemente il conflitto generazionale divide molto più di quanto l’essere gay possa unire. Ero partito dal ritenere la categoria “gay” come una categoria antropologica e non culturale, ma l’osservazione mette in crisi questo presupposto. L’idea che l’essere gay è senza tempo, è una categoria umana immutabile, è contraddetta dal fatto che, oltre la normale variabilità individuale, si registrano variabilità geografiche e storiche, anche di brevissimo periodo, che sono così profonde da mettere in crisi archetipi che si davano per scontati. Quando un vecchio come me si confronta con dei gay più giovani ha l’impressione di essere un marziano caduto per sbaglio sulla terra o una specie di dinosauro sopravvissuto alla fine del Giurassico: mi sento domandare come era la vita dei gay 50 anni fa, perché chi me lo domanda mi colloca solo in quell’epoca, cioè vuole confrontarsi non con me come vecchio di oggi ora ma con me come giovane di 50 anni fa. Quando poi rivedo le registrazioni di trasmissioni televisive degli anni 60, mi convinco che le reazioni dei giovani gay sono in fondo comprensibili. Forse ci sono dei valori che si trasmettono all’interno del mondo gay, ma solo sul breve periodo, su un periodo al massimo di due decenni, quando l’intervallo temporale eccede questa dimensione, diventa automaticamente uno iato insuperabile tra mondi che sono destinati a rimanere isolati. L’aggregazione è lo spazio dei giovani, l’isolamento è la condizione dei vecchi. È un po’ un ripetersi ciclico, anche se i cicli sono molto accelerati. Mi sono chiesto se potrò mai capire la dimensione gay dei ragazzi di oggi e la risposta finisce per essere negativa, non tanto perché mi manca l’esperienza del mondo di oggi, quanto perché mi manca lo spazio mentale libero per poter introdurre nuovi concetti, contro i quali è come se avessi fabbricato degli anticorpi. Non provo rigetto per il mondo gay giovane che cerco di capire e non riesco a capire, semplicemente non lo sento mio. È in fondo un’osservazione banale derivante del fatto che sono vecchio e mi manca la voglia di ricominciare. La vecchiaia del fisico e quella dello spirito sono strettamente collegate.

VECCHIAIA GAY E SOLITUDINE. domenica 23/10/2016

Domenica, un giorno simbolo del vuoto. Non c’è nessuno. Ciascuno limita gli impegni della domenica agli  interessi più stretti, alla famiglia, agli svaghi; domina quello che conta veramente, tutto il resto è nulla. Gay significa essenzialmente solitudine? Questa idea mi accompagna da molti anni, insieme all’idea che significhi anche fragilità, alla quale si può far fronte almeno per un po’ con la forza della volontà. Penso alla vecchiaia estrema, all’idea di essere gestiti da altri. Succede anche nelle famiglie e lì il senso della disillusione può essere più cocente. Per un gay non c’è nemmeno l’illusione. Finché il corpo regge il problema si pone solo in prospettiva, quando il corpo cede, nella misura in cui cede, il problema diventa reale, ma finché la mente non cede ci si illude che almeno una parte di noi continui a valere qualcosa, ma anche quando la mente ancora regge si avverte lo stacco progressivo dal mondo e dagli affetti, si avverte che ormai la vita è di altri e che volere bene a qualcuno significa capire che la sua vita è un’altra e deve essere vissuta senza vincoli di nessun genere. A ciascuno il suo tempo. Tentare di realizzarsi è lo scopo stesso della vita. Mi chiedo tante volte se esista veramente una coppia gay analoga alla coppia etero e concludo che tutte le coppie sono simili, che tutte sono fragili e sono una barriera contro la solitudine che rischia di diventare una catena, e non per i tradimenti o per cose simili, ma solo per la sete di libertà che porta le persone altrove, per la loro strada. E allora che fa un vecchio gay? Scrive, lavora, si illude di poter lasciare qualcosa. Ho letto le opere di Addignton Symonds e quelle di Raffalovich, sono morti ormai da tanti anni eppure qualcosa hanno lasciato, non è un desiderio di eternità ma è il desiderio di lasciare un’eredità, qualcosa che possa servire a qualcuno. È in fondo un modo un po’ intellettualistico e costruito per passare una domenica, ma è un modo reale. Bisogna solo comprendere che il denaro è un’eredità che interessa chiunque, gli scritti e il lavoro di una vita possono interessare pochissime persone, ammesso che accada. Guardare lontano non fa che confondere, i piedi debbono essere ben piantati per terra. Anche lasciare un’eredità è una scommessa contro il tempo. Torno al mio lavoro. Un altro giorno sta passando.

Riflessioni di un vecchio gay 20/10/2016

Il distacco tra le generazioni lo sento quando mi accorgo di vedere come uno spettatore discussioni che in altri tempi mi avrebbero affascinato, almeno avrei voluto provare a dire la mia, ma oggi non è più così, sono cose che non mi appartengono più. Un gay vecchio vede svanire l’identità gay e si identifica progressivamente solo nell’identità del vecchio. Il resto esiste come in una scatola di ricordi. Bisogna abituarsi al distacco. Non sento neppure il distacco, che è così graduale e progressivo che si avverte a stento quando ormai è incolmabile e lo si accetta come cosa ineluttabile. L’esperienza è la migliore maestra ed insegna che il distacco è la regola della vita, e che accettare la solitudine non è neppure un peso ma solo un obbligo per consentire ad altri la libertà, per lasciare loro un tempo sereno in cui sbagliare prima delle malinconie, prima dei rimpianti. Certe mancanze lasciano proprio il senso del vuoto. Vedo tanti giovani gay che discutono, che hanno i loro progetti, che hanno capito il mondo dal loro punto di vista, hanno voglia di discutere, di confrontarsi. Sono stanco so che ci si potrà capire solo in teoria, solo nella misura in cui si capirà che capirsi veramente è impossibile. Mi rendo conto che mi considerano un sopravvissuto, uno che non capisce che il tempo passa e tutto cambia, uno che pensa che la privacy sia un valore mentre è solo un vincolo inutile, uno che va diffondendo la paura e parla di una cosa stupida come la prudenza, uno che mistifica cose false, che vive di preconcetti, che non capisce il mondo di oggi. Ovviamente anche tra i gay esistono le generazioni e se c’è chi cresce ci deve essere anche chi tramonta, chi ha perso il gusto di affermarsi, Ci sono persone che parlano con me sono quando sono depresse, perché allora la distanza diminuisce. Bisogna abituarsi alla solitudine, bisogna tesaurizzare i ricordi, conservarli come valori, anche se forse sono un valore solo per me. Il rischio è che la vita intera sia una serie interminabile di fraintendimenti per i quali si vive solo delle proprie interpretazioni. Eppure non è stato solo un immenso nulla, ci sono state le preoccupazioni che già sono forme di affetto i di paura per sé e per gli altri. Non tutto passerà fulmineamente, il mondo dei ricordi mi salverà almeno per un po’.

DIARIO DI UN VECCHIO GAY – 8 OTTOBRE 2016

 

È proprio il carattere strettamente personale di questo blog che mi spinge ad inserire qui pensieri e riflessioni che non mi azzardo più a postare sul forum. Non desidero suscitare una discussione ma semplicemente raccogliere una documentazione sulla vecchiaia di un gay, in pratica sul mio declino che avverto ormai arrivato. È chiaro che queste cose interesseranno, forse, una minima parte dei fruitori del web, cioè essenzialmente quelli che si trovano più o meno allo stesso punto della strada in cui mi trovo anche io, per gli altri sarà probabilmente un bla bla privo di senso concreto (cioè di un senso personale), interessante al massimo come il comportamento delle scimmie allo zoo.

Oggi ricomincio a scrivere qui, segno che la vecchiaia ricomincia a farsi sentire. Ieri, nel controllo periodico del sito delle interviste e dei test di Progetto Gay, ho inserito a pubblica lettura l’intervista n. 229 (nella pagina http://progettogaysito.altervista.org/tn2/ colonna di sinistra, basta scrivere 229 nel primo riquadro e cliccare “leggi”). Si tratta dell’intervista di un 66enne, in sostanza di un mio coetaneo che, rispondendo, racconta un po’ la sua situazione. Nel leggere l’intervista, serissima, ho avuto l’impressione di ritrovarmi in quelle parole, di vedere che, alla fine, non sono confinato in un universo separato ma che le persone che vivono e hanno vissuto più o meno come vivo io ci sono, anche se , certo si vedono poco.

La categoria fondamentale di quell’intervista è la serenità, non la felicità, che è un sogno che appartiene alla giovinezza, ma la ricerca della serenità, che è il vero obiettivo della vecchiaia, per un vecchio gay è condizionata dalla solitudine o meglio da un tipo particolare di solitudine, per un verso nei confronti delle persone che hanno famiglia e hanno quindi stili di vita del tutto diversi, e per l’altro nei confronti degli altri gay che, ovviamente, hanno altre prospettive e faticano a comprendere la mentalità di chi non è della loro generazione, ammesso che sprechino il loro tempo per cercare di capire.

Oggi, per i giovani c’è internet, l’internet degli incontri, anche per i vecchi ci può essere internet, l’internet delle riflessioni, delle letture calme, l’internet che dirada un po’ le nebbie della solitudine e, in questo modo frena, per quanto possibile, lo scivolare veloce della vecchiaia, ma anche l’internet che serve a fare in modo che un patrimonio di esperienze elaborato nel corso di una vita non vada disperso, un patrimonio della memoria che può essere in qualche modo comunicato e trasmesso. Certo il fluire del tempo cambia i costumi e ancora più le tecnologie ma la base umana, lo zoccolo duro dei sentimenti, dei desideri e delle paure resta sempre quello ed è la vera base del dialogo tra le generazioni.

Osservavo  ieri una collezione di foto di volti della fine dell’800, il contesto era dell’800 ma i volti erano identici ai volti di oggi. Quelle persone non esistono più da oltre un secolo, eppure, vedere i loro volti ci permette di avere ancora un dialogo con loro. Sto traducendo “Uranismo e Unisessualità” di Raffalovich, il libro è stato pubblicato nel 1896, ma leggendolo con attenzione ne emerge il ritratto di un uomo che potrebbe benissimo essere un uomo di oggi. Andare oltre la propria generazione è possibile, ma è possibile solo se si dice la verità, solo se si è se stessi e non si ha paura di essere giudicati. Ovviamene anche Raffalovich aveva il suo privato, che non confidava a nessuno, ma si batteva per la sua visione del mondo e dell’omosessualità, sosteneva le sue idee e i suoi principi.

Vengo ora ad una riflessione che mi torna spesso alla mente: il gay vecchio, nella sua solitudine spreca nel vuoto di attese lunghissime un tempo che potrebbe essere ancora operoso, si ritira, si chiude in sé, potrebbe agire e non agisce, potrebbe dire e non dice. I vecchi non tendono ad aumentare le loro relazioni interpersonali, ma a limitarle, a cristallizzarle, tendono a limitare il cambiamento, a ripetere, a schematizzare, a non mettere a rischio nemmeno le loro categorie mentali. Quando mi trovo in pubblico e sento ragionamenti che non mi piacciono proprio, adesso, la mia reazione automatica non è il rispondere ma il lasciar dire e tirare avanti per la mia strada, un po’ nella convinzione che discutere non serve a nulla. Qualche giorno fa mi sono trovato a discutere di politica con un ragazzo giovane, chiarisco: quel ragazzo voleva smuovermi da certe mie convinzioni attraverso un ragionamento che, a suo dire, era strettamente logico. Ho provato a dire la mia, mi sono reso conto che non c’era un tentativo di dialogo ma solo di colonizzazione e che la sua pretesa di superiorità culturale non poteva essere scalfita, allora ho cambiato discorso, come se il discorso precedente non mi interessasse affatto, e apparendo anche più svitato di quello che sono, e l’ho salutato. In situazioni come queste sono contento di non essere giovane e di avere superato la fase dell’entusiasmo.

Beh, per oggi basta.