VECCHIAIA GAY E SOLITUDINE. domenica 23/10/2016

Domenica, un giorno simbolo del vuoto. Non c’è nessuno. Ciascuno limita gli impegni della domenica agli  interessi più stretti, alla famiglia, agli svaghi; domina quello che conta veramente, tutto il resto è nulla. Gay significa essenzialmente solitudine? Questa idea mi accompagna da molti anni, insieme all’idea che significhi anche fragilità, alla quale si può far fronte almeno per un po’ con la forza della volontà. Penso alla vecchiaia estrema, all’idea di essere gestiti da altri. Succede anche nelle famiglie e lì il senso della disillusione può essere più cocente. Per un gay non c’è nemmeno l’illusione. Finché il corpo regge il problema si pone solo in prospettiva, quando il corpo cede, nella misura in cui cede, il problema diventa reale, ma finché la mente non cede ci si illude che almeno una parte di noi continui a valere qualcosa, ma anche quando la mente ancora regge si avverte lo stacco progressivo dal mondo e dagli affetti, si avverte che ormai la vita è di altri e che volere bene a qualcuno significa capire che la sua vita è un’altra e deve essere vissuta senza vincoli di nessun genere. A ciascuno il suo tempo. Tentare di realizzarsi è lo scopo stesso della vita. Mi chiedo tante volte se esista veramente una coppia gay analoga alla coppia etero e concludo che tutte le coppie sono simili, che tutte sono fragili e sono una barriera contro la solitudine che rischia di diventare una catena, e non per i tradimenti o per cose simili, ma solo per la sete di libertà che porta le persone altrove, per la loro strada. E allora che fa un vecchio gay? Scrive, lavora, si illude di poter lasciare qualcosa. Ho letto le opere di Addignton Symonds e quelle di Raffalovich, sono morti ormai da tanti anni eppure qualcosa hanno lasciato, non è un desiderio di eternità ma è il desiderio di lasciare un’eredità, qualcosa che possa servire a qualcuno. È in fondo un modo un po’ intellettualistico e costruito per passare una domenica, ma è un modo reale. Bisogna solo comprendere che il denaro è un’eredità che interessa chiunque, gli scritti e il lavoro di una vita possono interessare pochissime persone, ammesso che accada. Guardare lontano non fa che confondere, i piedi debbono essere ben piantati per terra. Anche lasciare un’eredità è una scommessa contro il tempo. Torno al mio lavoro. Un altro giorno sta passando.

DIARIO DI UN VECCHIO GAY – 8 OTTOBRE 2016

 

È proprio il carattere strettamente personale di questo blog che mi spinge ad inserire qui pensieri e riflessioni che non mi azzardo più a postare sul forum. Non desidero suscitare una discussione ma semplicemente raccogliere una documentazione sulla vecchiaia di un gay, in pratica sul mio declino che avverto ormai arrivato. È chiaro che queste cose interesseranno, forse, una minima parte dei fruitori del web, cioè essenzialmente quelli che si trovano più o meno allo stesso punto della strada in cui mi trovo anche io, per gli altri sarà probabilmente un bla bla privo di senso concreto (cioè di un senso personale), interessante al massimo come il comportamento delle scimmie allo zoo.

Oggi ricomincio a scrivere qui, segno che la vecchiaia ricomincia a farsi sentire. Ieri, nel controllo periodico del sito delle interviste e dei test di Progetto Gay, ho inserito a pubblica lettura l’intervista n. 229 (nella pagina http://progettogaysito.altervista.org/tn2/ colonna di sinistra, basta scrivere 229 nel primo riquadro e cliccare “leggi”). Si tratta dell’intervista di un 66enne, in sostanza di un mio coetaneo che, rispondendo, racconta un po’ la sua situazione. Nel leggere l’intervista, serissima, ho avuto l’impressione di ritrovarmi in quelle parole, di vedere che, alla fine, non sono confinato in un universo separato ma che le persone che vivono e hanno vissuto più o meno come vivo io ci sono, anche se , certo si vedono poco.

La categoria fondamentale di quell’intervista è la serenità, non la felicità, che è un sogno che appartiene alla giovinezza, ma la ricerca della serenità, che è il vero obiettivo della vecchiaia, per un vecchio gay è condizionata dalla solitudine o meglio da un tipo particolare di solitudine, per un verso nei confronti delle persone che hanno famiglia e hanno quindi stili di vita del tutto diversi, e per l’altro nei confronti degli altri gay che, ovviamente, hanno altre prospettive e faticano a comprendere la mentalità di chi non è della loro generazione, ammesso che sprechino il loro tempo per cercare di capire.

Oggi, per i giovani c’è internet, l’internet degli incontri, anche per i vecchi ci può essere internet, l’internet delle riflessioni, delle letture calme, l’internet che dirada un po’ le nebbie della solitudine e, in questo modo frena, per quanto possibile, lo scivolare veloce della vecchiaia, ma anche l’internet che serve a fare in modo che un patrimonio di esperienze elaborato nel corso di una vita non vada disperso, un patrimonio della memoria che può essere in qualche modo comunicato e trasmesso. Certo il fluire del tempo cambia i costumi e ancora più le tecnologie ma la base umana, lo zoccolo duro dei sentimenti, dei desideri e delle paure resta sempre quello ed è la vera base del dialogo tra le generazioni.

Osservavo  ieri una collezione di foto di volti della fine dell’800, il contesto era dell’800 ma i volti erano identici ai volti di oggi. Quelle persone non esistono più da oltre un secolo, eppure, vedere i loro volti ci permette di avere ancora un dialogo con loro. Sto traducendo “Uranismo e Unisessualità” di Raffalovich, il libro è stato pubblicato nel 1896, ma leggendolo con attenzione ne emerge il ritratto di un uomo che potrebbe benissimo essere un uomo di oggi. Andare oltre la propria generazione è possibile, ma è possibile solo se si dice la verità, solo se si è se stessi e non si ha paura di essere giudicati. Ovviamene anche Raffalovich aveva il suo privato, che non confidava a nessuno, ma si batteva per la sua visione del mondo e dell’omosessualità, sosteneva le sue idee e i suoi principi.

Vengo ora ad una riflessione che mi torna spesso alla mente: il gay vecchio, nella sua solitudine spreca nel vuoto di attese lunghissime un tempo che potrebbe essere ancora operoso, si ritira, si chiude in sé, potrebbe agire e non agisce, potrebbe dire e non dice. I vecchi non tendono ad aumentare le loro relazioni interpersonali, ma a limitarle, a cristallizzarle, tendono a limitare il cambiamento, a ripetere, a schematizzare, a non mettere a rischio nemmeno le loro categorie mentali. Quando mi trovo in pubblico e sento ragionamenti che non mi piacciono proprio, adesso, la mia reazione automatica non è il rispondere ma il lasciar dire e tirare avanti per la mia strada, un po’ nella convinzione che discutere non serve a nulla. Qualche giorno fa mi sono trovato a discutere di politica con un ragazzo giovane, chiarisco: quel ragazzo voleva smuovermi da certe mie convinzioni attraverso un ragionamento che, a suo dire, era strettamente logico. Ho provato a dire la mia, mi sono reso conto che non c’era un tentativo di dialogo ma solo di colonizzazione e che la sua pretesa di superiorità culturale non poteva essere scalfita, allora ho cambiato discorso, come se il discorso precedente non mi interessasse affatto, e apparendo anche più svitato di quello che sono, e l’ho salutato. In situazioni come queste sono contento di non essere giovane e di avere superato la fase dell’entusiasmo.

Beh, per oggi basta.

QUANDO UNA COPPIA GAY FINISCE

Ho ricevuto stamani una mail che conteneva un tratto di conversazione tra due ragazzi al momento in cui la loro relazione viene meno. Nella mail mi si chiedeva di pubblicare la conversazione, cosa che faccio volentieri, dopo aver apportato alcune modifiche al testo a tutela della privacy.
In realtà pur trattandosi di una conversazione che conclude una relazione, l’atmosfera è molto tranquilla e il dialogo sincero non è venuto meno, neppure sugli argomenti più spinosi.

MARCO: Ehi!
ESTEBAN: C.. ciao…
MARCO: C’è un po’ di rumore perché sto sull’autobus, dimmi
ESTEBAN: Sc…scusa, se non puoi ti richiamo in un altro momento
MARCO: No no, ti sento, dimmi tutto
ESTEBAN: Sono stato un po’ male questi giorni, nervoso, dormo poco, son distratto, ieri ho anche tamponato una macchina!
MARCO: Mi dispiace
ESTEBAN: Ti ho chiamato perché voglio chiederti un ultimo favore, ti prego di farmelo, devo capire il senso del nostro percorso, cosa è successo, perché ad un certo punto sono diventato una zavorra per te! Dimmi cosa hai fatto questi tre giorni, da quando me ne sono andato da casa tua. Ti sei sentito solo, annoiato o sei sereno?
MARCO: Tranquillo, devi stare tranquillo, sono sereno!
ESTEBAN: cos’hai fatto?
MARCO: mah solite cose, niente di che…
ESTEBAN: stasera cosa fai per il tuo compleanno? Ti meriti un po’ di divertimento…
MARCO: Mah, se il tempo regge vado a teatro! Boh, devo decidere, Licia e Rosetta non mi possono accompagnare, penso che mi porterò Matteo, tanto so che me l’appoggia!
ESTEBAN: P…Matteo…Come va con Matteo?
MARCO: Mah, bene, te l’ho detto che mi trovo bene con lui! Che ti devo dire, è tutto così nuovo, non lo so, lo sai che non sono sicuro di niente! Comunque ieri siamo stati insieme a casa sua!
ESTEBAN: I…Insieme…?
(silenzio)
(sospiro)
L…L’avete già fatto?
MARCO: Cooosa???
ESTEBAN: S..sì, volevo chiedere se l’avete già fatto?
MARCO: T’interessa sapere se l’abbiamo fatto?
ESTEBAN: Sì, ti prego, ho bisogno di capire!
MARCO: Sì, l’abbiamo fatto. Ma non era neanche programmato, cioè, io non me lo sarei mai immaginato che un ragazzo come lui potesse starci con uno come me. Eravamo in giro, poi mi ha chiesto se andavo a vedere un film a casa sua…Eh eh eh, che bella scusa eh!
(silenzio)
ESTEBAN: Com’è stato?
MARCO: Mah, strano, particolare, forse mi aspettavo un po’ meglio, non so che dirti. Ero molto coinvolto comunque, un coinvolgimento che con te non c’era più da un pezzo!
ESTEBAN: E allora perché venivi con me mentre avevi già iniziato a pensare a lui?
MARCO: No, ma guarda che non è finita per lui, è finita perché non provavo più niente!
Con te venivo per affetto. Forse ti ho sempre visto più che altro come un fratello, un confidente, è normale, siamo sempre andati d’accordissimo, mi è sempre venuto spontaneo dirti tutto, c’era un’intesa eccezionale!
ESTEBAN: Ti ha fatto godere?
MARCO: Sì, ma era un po’ imbranato, eh eh eh, ha 20 anni, è ancora ragazzino, io pure non ho tutta questa esperienza…Tu sicuramente eri più bravo di lui! Comunque abbiamo più o meno fatto le stesse cose che facevo con te!
ESTEBAN: Ma a questo punto ti domando, in sei mesi ti ho fatto mai godere? Hai mai provato attrazione per me?
MARCO: Sììì, avoglia se mi hai fatto godere! Attratto invece no, sono stato attratto un po’ giusto i primi tempi!
(silenzio)
Dimmi piuttosto una cosa tu, secondo te un ragazzo può essere attratto da me?
Lo sai che penso di essere brutto, vorrei sapere cosa ci si può trovare d’interessante in me…
ESTEBAN: Beh, ti posso dire ciò che ho visto io in te! Poi però devi dare anche tu le stesse risposte a me!
MARCO: D’accordo!
ESTEBAN: In te mi ha attratto la dolcezza, la tua forma mentis, il fatto che ti documenti, ti interessi di tutto, il tuo sorriso, e poi il fatto che chiacchieri, infatti non so come facessi a dire che sei timido e chiuso!
MARCO: Grazie, siamo dolci entrambi. E fisicamente?
ESTEBAN: beh, fisicamente lo sai, la risposta sta nella poesia che ti ho inviato stamattina per il tuo compleanno!
MARCO: Ah ah ah, è vero, tanta tanta roba!
ESTEBAN: Per me sei bellissimo, adoro la tua pelle, il biondo dei tuoi capelli, i peli, i piedi robusti e le gambe slanciate. I tuoi occhi grandi.. E poi sì, anche il tuo pene mi piace molto, mamma come si gonfia! Ricordo ancora l’ultima volta che siamo stati assieme, ti sei alzato per andare a fare la doccia, sembravi un watusso con questo pene ancora perfettamente diritto…
MARCO: E dopo averlo fatto tre volte, eh eh, sarà che ho 23 anni!
ESTEBAN: Ora tocca a te!
MARCO: Mmmm, vediamo… Sicuramente anche tu sei dolce, non sempre lo sei stato, all’inizio non tanto, poi invece sì. Non è che mi sia piaciuto tanto il tuo carattere, soltanto negli ultimi tempi sei riuscito a trasmettermi un po’ di serenità. All’inizio della nostra storia vedevo che c’era in te qualcosa che non andava, sembravi arrabbiato, triste, sofferente, ammusato. Devi assolutamente ridere di più. Hai la bocca larga? E allora spalancala per farti un bella risata, comunque sì, hai un bel sorriso! Guarda, non ti conviene fare il serio perché quando lo sei, sei davvero brutto! Inoltre devo dire che eri troppo timido, poi il fatto che sotto Natale mi hai portato a cena con i tuoi amici e non hai detto nulla di noi non mi è piaciuto proprio! Sinceramente avrei gradito un maggiore sforzo da parte tua. Ti sei deciso a dichiararti solo adesso ed è un peccato!
ESTEBAN: Ma ho ancora tutta la vita davanti!
MARCO: Appunto, vedi di non tornare indietro o ammosciarti!
Comunque mi piace quando canti, hai una bella voce, quindi dovresti farlo! Ti ho sentito parlare in spagnolo e devo dire che ti cambia la voce, sei sprecato per parlare in italiano, invece quando parli spagnolo ti viene una bella voce roca! Ma ce l’hai sempre avuta così la voce? E poi hai l’aspetto di un sudamericano!
ESTEBAN: Ma lo sai che da quando sono andato a scuola mi sono sempre presentato come Stefano, non usavo il mio vero nome, mi sembrava che facendomi chiamare Stefano mi potessero accettare più facilmente.
MARCO: ma perché?
ESTEBAN: Allora mi sembrava così.
MARCO: Ma io dico, è un così bel nome, esotico, e poi è proprio bello… va beh, comunque andiamo avanti. I tuoi lineamenti sono particolari, che ti devo dire, non so neanche come definirli… Sicuramente non se ne vedono in Italia, c’è poco da fare, non sei italiano e non sarai mai come un ragazzo italiano! Hai una pelle strana, a cui è difficile abituarsi, e il colorito scuro parla chiaro!
Complessivamente hai un bel corpo, mi piacciono le gambe, massicce, muscolose, certo, peccato un po’ di pancetta, però vabbeh! Devi valorizzarti di più però, perché ti lasci troppo andare, vesti male, magari quest’ultimo periodo sei dimagrito molto e ti sei ritrovato con dei vestiti larghi senza aver fatto in tempo a rinnovare il guardaroba. Però lo devi fare eh. Non siamo belli e proprio per questo dobbiamo stare attenti a valorizzare i nostri punti di forza. Ecco, le felpe non te le mettere perché ti stanno male, siccome sei basso ti tolgono proprio forma e ti appiattiscono. Il pene no, proprio non mi piace, circonciso non mi piace. Boh sarà che non l’avevo visto mai, comunque a me piace non circonciso, proprio come il mio. Dubito che tu un giorno ti possa ricostruire un prepuzio ma gli altri consigli ascoltali! Valorizzati eh!
ESTEBAN: Certo che proprio non ti piacevo, l’attrazione non era reciproca!
MARCO: Ma abbi pazienza, tu devi pensare che la prima volta mi mandasti una foto con una risoluzione pessima secondo me. Certo, mi dicesti che eri sudamericano, ma io mi aspettavo magari uno con il fisico di un brasiliano. Cioè io se penso al Sud America penso al Brasile, che ne so io dove sta il tuo paese e come sono fatti i suoi abitanti. Anche se dopo ci siamo visti io ho avuto sempre in mente l’immagine di un corpo che mi ero fatto io, e quando eravamo insieme succedeva che io avevo in mente una cosa, ma poi mi ritrovavo vicino un corpo che non corrispondeva. Con Matteo è stato diverso, l’ho visto e mi son sentito attratto, con te no invece, mi ero innamorato di una voce telefonica, fu una costruzione della mia mente! Del pisello poi lasciamo perdere, non mi era proprio saltato in mente di chiederti se fossi circonciso o no, e non mi pareva il caso di chiederti una foto. Lo vedi cosa succede quando ci si conosce via internet?
(silenzio)
(sospiro)
ESTEBAN: Mi dispiace, questo significa che io sono stato fortunato, tu invece hai avuto una brutta sorpresa! (sospiro)
D’accordo, mi basta questo. Ti rinnovo i miei auguri e… non so, se ti va di fare una chiacchierata o di prendere un caffè, sai che io una volta a settimana vengo a M***** per vedere lo psicologo. Vedi tu, se ti va, fammi sapere…
MARCO: Ok
ESTEBAN: Ciao
MARCO: Ciao Ciao

_________

Se volete, potete partecipare alla discussione di quetso post aperta sul forum di Progetto gay:

http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=22&t=4592

RIFLESSIONI DI UN GAY OVER 30

Ti è mai capitato di sentirti stanco di tutto? di avere l’impressione che non avrai mai nessun contatto vero col mondo fuori di te? di accorgerti che non hai più nemmeno i sogni, nemmeno i desideri? che la gioventù se ne è andata e che ormai sei over 30 da un pezzo e che all’orizzonte c’è solo tanto deserto. Io sento la differenza fortissima tra quello che il mio copro vorrebbe e le mie possibilità reali. Sono solo e sono cosciente che resterò solo. Ho passato la vita a studiare, poi a lavorare e penso che continuerà così finché non sarò vecchio, in pratica non ho vissuto nessuna storia seria, o forse una, ma poi anche quella è finita, era stata un lampo di luce nella mia vita e mi ero illuso, o meglio avevo fatto di tutto per illudermi, ma sapevo bene che non poteva durare, adesso mi manca ma so che è solo un ricordo, il ricordo di un periodo breve che ormai è concluso. Ho sempre su skype il contatto di quel ragazzo, ma lui non entra mai, è proprio rarissimo che sia online, quando succede gli lascio un ciao e mi risponde con una faccina, ma capita forse una volta in un mese. Faccio un lavoro che non mi piace e che mi stressa parecchio, avrei bisogno almeno di amici ma il tempo libero che mi resta lo devo dedicare alla mia famiglia che ha grossi problemi sia economici che di persone da assistere. Per me ci restano solo gli intervalli che passo al pc, prima chattavo, avevo un blog, scrivevo, adesso non c’è più niente di tutto questo, il blog c’è ancora ma non ci scrivo più, non entro in chat da moltissimo tempo, non parlo di chat erotiche ma di chat solo per chiacchierare. Uso il pc per leggere soprattutto, per leggere articoli di carattere scientifico. Niente social network proprio per scelta, non voglio che la gente ficchi il naso negli affari miei. Non ho nemmeno voglia di sesso, prima mi succedeva, adesso è praticamente tutto anestetizzato. Certe volte la notte vado a letto stanchissimo e non prendo sonno comunque, comincio a pensare come sarebbe bello vivere una storia d’amore, avere un ragazzo che mi vuole bene, che a me ci tiene veramente, forse a quel ragazzo sarei capace di dare l’anima, ma dico forse perché non ne sono nemmeno tanto convinto, penso che alla fine lo deluderei, che non sarei capace di volergli bene veramente, però mi fermo a fantasticare su come sarebbe bello abbracciare il mio ragazzo e vederlo sorridere, capire che sta lì perché ci sono io, che a me ci tiene, che per lui sono importante. Poi penso che avrei mille dubbi che comincerei a fare paragoni tra quel ragazzo e i miei sogni e finirei per distruggere tutto. Sono solo! Questo è un dato di fatto, non so perché ma non ho mai avuto amici, un po’ perché avere amici etero, per uno che non è dichiarato, vuol dire recitare una parte, non ne ho trovato nemmeno uno del quale potessi fidarmi veramente. Fino a 24/25 anni avevo qualche amico, con uno ci sentivamo spesso, ma poi mi rendevo conto di essere comunque solo la seconda scelta per lui, quando non poteva uscire con la ragazza o con altri amici allora chiamava me. Poi non l’ho sentito più e non ho nemmeno provato a richiamarlo. Dove lavoro io ci sono bei ragazzi ma li vedo proprio sideralmente lontani, hanno i loro sogni e hanno anche le possibilità di concretizzarli, ma non li invidio, mi dico semplicemente che sono di un’altra specie e che vivono in un altro continente che non è il mio. Certe volte, quando mi metto a pensare mi sento confuso, dubito di tutto, non credo in niente, lascio che il tempo mi scorra tra le mani perché quello che accade, oggettivamente, non dipende da me. Guardo le cose da fuori e, per esempio sul lavoro, mi comporto come una macchina senza emozioni, come un robot programmato per fare certe cose senza porsi nessuna domanda, come un robot che si accende all’inizio dell’orario di lavoro e si spegne alla fine. Sono me stesso solo in famiglia ma parzialmente perché non sanno che sono gay. Con i miei c’è una condivisione profonda dei guai che dobbiamo affrontare, certe volte penso che con loro potrei anche dire di essere gay, ma sarebbe come aggiungere un altro motivo di angoscia a quelli che ci sono già e che sono tanti e pesanti, quindi mi tengo tutto per me. Non posso aggiungere un’altra croce addosso a mio padre e a mia madre solo perché ho voglia di avere qualcuno che sappia di me, non ha alcun senso. Voglio bene ai miei e loro mi vogliono bene e non voglio metterli alla prova in alcun modo perché di problemi ne hanno anche troppi. Sono gay … mh … ma credo che una cosa del genere sia ormai finita proprio sullo sfondo, quello che vorrei più di ogni altra cosa è riposare, proprio dormire per tante ore tutte di seguito, vorrei poter non pensare a tante cose che mi occupano il cervello, vorrei una pausa libera dalle preoccupazioni, qualche giorno per staccare dal quotidiano e magari andare una giornata al mare, anche da solo, sono tanto belle le cittadine sul mare di questa stagione, è tanto bello il mare calmo come l’olio la mattina presto col sole che spunta all’orizzonte e piano piano ti riscalda. Quanto mi piacerebbe condividerle queste cose e mi piacerebbe condividerle con quel ragazzo col quale ho vissuto forse ma mia unica storia d’amore, come sarei felice se una cosa del genere potesse realizzarsi, ma la vita è un terribile meccanismo e siamo portati da forze più grandi di noi, ciascuno verso il suo destino, forze che ci in certi periodi ci avvicinano e poi ci allontanano definitivamente. Che cosa c’è di gay in tutto questo? C’è l’ombra di un desiderio e poi c’è una grande malinconia. Eppure non sono depresso, so che ho tante cose da fare, non per coronare i miei sogni ma per aiutare i miei a sopravvivere ed è proprio questo che mi dà la spinta per andare avanti. Quando sei ragazzo impari a sognare da gay, poi diventi grande e devi capire che si tratta solo di sogni. Ti abbraccio. Credimi, non sono triste.

LA VERA STORIA DI UN PRETE GAY

Si legge spesso sui giornali di preti e prelati gay che si danno alla bella vita approfittando del loro prestigio e della loro posizione sociale e combinando incontri con prostituti o con ragazzi che per qualche ragione non possono dire loro di no. Pur gestendo da anni un sito gay e pur avendo incontrato diverse volte preti e religiosi attraverso quel sito, devo dire che quello che ho visto è completamente diverso da quello che si legge nella cronaca. Per dovere di onestà e col consenso della persona di cui parlo, che purtroppo non c’è più, vorrei raccontare qui la vera storia di un prete gay che ho conosciuto in chat. Credo sia doveroso fare capire la portata reale del problema, che non sta nel comportamento scandaloso di alcuni, scandaloso anche e soprattutto per gli stessi gay oltre che ovviamente per la Chiesa, ma nella profonda sofferenza di moltissimi altri, da quello che vedo, della grande maggioranza dei preti gay.

Diversi anni fa, fui contatto in chat da un prete che aveva all’epoca cinquant’anni. Il dialogo tra noi fu caratterizzato, all’inizio, da una certa diffidenza reciproca. A me sembrava strano che mi contattasse un prete, era un evento piuttosto raro e pensavo che potesse trattarsi del solito fake che ha bisogno di divertirsi abusando di una chat gay (e purtroppo ce ne sono parecchi), poi, col passare delle settimane il dialogo tra noi divenne particolarmente serio, ne riporto qui di seguito alcuni brani (chiamo il prete che parla con me Paolo, nome fittizio, io sono project):

Paolo scrive: Non ti stupire, project, di preti gay ce e sono tanti, ma io mi sento veramente un prete, non ti saprei dire se quando ho fatto la scelta di entrare in seminario la mia fosse veramente vocazione o non ci fosse sotto l’incapacità di essere quello che ero o magari il desiderio di spendere comunque la mia vita per il prossimo facendo qualcosa di buono, visto che non avrei potuto viverla come avrei voluto. Sono cresciuto negli ambienti della parrocchia e li sentivo miei fin da ragazzo. La fede per me è stata sempre un valore grande, certo capivo che c’era un contrasto tra la mia fede e quello che ero e quando ho fatto la mia scelta ho scelto coscientemente di mettere da parte quello che ero e di seguire il Signore perché speravo di trovare anche io un po’ di consolazione. Quando sei giovane reagisci in modo emotivo e non sai che col tempo tante cose cambiano e che fare delle scelte che sono “per sempre” è molto più difficile di quanto sembra.

Ho girato diverse parrocchie, adesso sto a [omissis] è un bel posto ed è brava gente, quasi tutti vecchi, c’è tanta miseria ma soprattutto economica, non c’è miseria morale, non c’è malavita, non c’è violenza, non c’è droga, non imbrogliano il prossimo e c’è pure tanta dignità anche se sono poveri e forse proprio perché sono poveri, quella dignità che io non ho o non ho più perché certe volte mi sento l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. I parrocchiani mi vogliono bene e io voglio bene a loro, molti sono contadini ma sono proprio di pasta buona. Però mi sento nel posto sbagliato perché in un certo senso sono io che sto mentendo a loro, ma non so nemmeno se le cose stanno proprio così. Ho pensato che forse dovrei lasciare la Chiesa perché non sono degno di starci ma è un’idea che mi spaventa, non credo che riuscirei a vivere se dovessi lasciare la Chiesa e poi mi sentirei proprio un traditore di cose in cui nonostante tutto credo profondamente. Quando riesco a pregare ho la sensazione che il Signore mi sia vicino e mi aiuti ad andare avanti nonostante tutto. Capiscimi bene, io non sono mai venuto meno ai miei voti ma non solo, quando mi è capitato di venire a contatto con uomini giovani mi sono comportato sempre come si deve comportare un prete e poi non è stato nemmeno un sacrificio perché quelle persone per me erano sacre, te lo dico come in confessione, se avessi messo in difficoltà uno solo di quei ragazzi mi sarei sentito un verme. Il risultato di tutto questo è stato che ho sempre  evitato i contatti con gli uomini giovani e con i ragazzi, che magari potrebbero avere bisogno di un prete vero. Io penso soprattutto ai poveri, ai vecchi e ai malati. Quando mi è capitato di assistere dei moribondi ho pregato con una intensità fortissima che Dio potesse aiutarli dando loro tanta fede per affrontare il momento del trapasso. In quei momenti non avevo dubbi e mi sentivo prete nel senso più bello e profondo perché portavo il Signore a persone che avevano bisogno di conforto. Però qualche volta penso veramente che dovrei lasciare la Chiesa perché tante cose che devo dire sono cose che non sento veramente, mi sono sforzato di seguire l’insegnamento della Chiesa ma certe volte mi sembra in piena coscienza di non poter aderire a quelle cose.

Project scrive: Ma se tu lasciassi la Chiesa che prospettive avresti?

Paolo scrive: In pratica nessuna, non ho un titolo di studio che possa servire nella vita civile, non saprei proprio come fare a sopravvivere perché non so fare nulla, so fare solo il prete e faccio male anche quello e poi per la mia famiglia sarebbe una cosa distruttiva e non se l’aspetterebbero proprio. Mia madre e mio padre sono vecchi, sono contenti dell’idea di avere un figlio prete, per loro avere un figlio spretato sarebbe terribile e poi i miei genitori vivono di una pensione proprio minima e anche volendo, perché penso che non mi abbandonerebbero comunque, non potrebbero dare da mangiare anche a me. Se poi penso all’idea di avere un compagno, beh la cosa è proprio tragica. Ma chi si metterebbe con un ex-prete cinquantenne morto di fame? Proprio nessuno e pure io non mi metterei con nessuno, a parte il fatto che sono vecchio mi sentirebbero comunque strano perché ho alle spalle un mondo diversissimo dal loro e poi quel mondo non è solo stato il mio ma lo è tuttora e lo rimarrebbe comunque anche se me ne andassi dalla Chiesa. Non è solo la paura dell’esterno che non mi fa fare un passo del genere ma è anche il fatto che la Chiesa è il mio mondo vero, un mondo in cui mi sento utile. Quando viene qualcuno a confessarsi, cosa molto rara a parte le vecchiette che andrebbero santificare proprio perché sono incapaci di fare qualcosa di male, dicevo quando viene qualcuno a confessarsi, gli chiedo sempre di pregare per me perché certe volte non so proprio come gestire il mio rapporto col Signore, non riesco a capire che cosa Lui voglia da me. In effetti so benissimo che non ho scelte e che potrò solo andare avanti come adesso e con gli anni finirò forse per mettere da parte anche i dubbi che ancora ci sono, ma mi chiedo perché il Signore mi chiede un sacrificio così grande, voglio dire grande per me perché c’è gente che sopporta ben altro con tanta fede, non è che io voglia chissà che cosa, ma è questo stato di insoddisfazione che mi porto addosso che mi travolge, mi chiedo come sia possibile non che il Signore mi voglia prete, ma che mi voglia prete così, con questa mezza fede, con tutti questi se e ma e però. Certe volte penso di non essere un prete ma di “fare” il prete un po’ come un altro mestiere qualsiasi e allora penso che sto tradendo il Signore.

Il dialogo con Paolo è andato avanti per diversi mesi, anche se con lunghi intervalli, e il rapporto di stima e di rispetto reciproco si è consolidato. Un giorno mi disse che non stava bene e che avrebbe dovuto fare degli accertamenti, li fece a risultò che aveva un tumore in stato avanzato. Fu operato. Dopo l’intervento, che non riuscì ad arginare il problema ma indebolì ancora di più il suo fisico, mi chiamò per l’ultima volta. La conversazione fu brevissima.

Paolo scrive: è andata male, mi hanno detto che farò solo cure palliative. Ti ricordi, noi pensavamo che il problema fosse uno e invece il problema vero era un altro. Sono stanchissimo, vado a riposare, una cosa ti chiedo: prega per me.

Project scrive: Lo farò certamente. Ti abbraccio forte.

Paolo scrive: Hai fatto tanto per me. Ciao, amico.

Questa è stata la nostra ultima conversazione in chat. Posso dire che conservo dentro di me il ricordo di questo prete e della sua umanità sofferente, ecco perché quando sento parlare di preti gay in modo scandalistico mi arrabbio, quello che ho visto io in queste persone non è né stupidità né arroganza ma sofferenza silenziosa e coscienza lacerata. Il tema dei preti gay andrebbe trattato col massimo rispetto e lo dico da persona profondamente laica.

AMORI DI UN GAY DICIOTTENNE

Intanto grazie della chiacchierata di ieri sera. Potrai capire che a 18 anni, per uno che ha sempre cercato di non vedere, trovare il coraggio di scriverti è stato difficilissimo, ma sono contento di averlo fatto. Mi aspettavo una risposta standard, diciamo una cosa schematica, e mi ha colpito il tipo di risposta, molto diretta. Quando ti ho chiesto di parlare in chat non sapevo che cosa mi avresti risposto, ma un minuto dopo eravamo su skype. Magari le paure di un ragazzino come me ti faranno sorridere però io non posso parlare con nessuno in modo serio e per me potere parlare di certe cose vuol dire capire che non ne devo avere paura. A me è mancata soprattutto la mia famiglia, una famiglia l’ho avuta ma solo di nome, mio padre pensa solo alle sue cose e mia madre si preoccupa di me e di mia sorella proprio come un dovere sempre sbuffando e facendoci notare (specialmente a me) che per lei siamo solo una palla a piede. Mia madre è convinta di essere una ottima madre e di sacrificarsi per noi dalla mattina alla sera e in un certo senso è vero, ma lei non è una madre, è una super-tata. Mio padre, quando provo a dirgli due parole, mi fa rimarcare che non ha tempo, che ha altro da fare e che quello che volevo dirgli io si può dire anche dopo, rinvia sempre le cose mie di mia sorella, perché deve pensare al lavoro, sempre e solo al lavoro.

Come posso fare a dire ai miei genitori che sono gay? Penso che, molto semplicemente, non ci crederebbero, sono giovani, mio padre ha 44 anni e mamma 42, ma sono etero e per loro il mondo finisce lì. Quando c’è in televisione qualche programma dove si parla anche di gay non fanno commenti omofobi, niente di tutto questo, semplicemente cambiano canale, senza nemmeno farci caso, come se fossero capitati per sbaglio su un canale che parla di come si coltivano i datteri in Australia. E poi, non sopporterei assolutamente l’idea di essere mandato da uno psicologo, e per che cosa poi? Mica ho problemi col mio essere gay, mi sta benissimo. Ho un compagno di scuola gay dichiarato che, tra parentesi non mi piace per niente, è un bravissimo ragazzo, però proprio non mi piace fisicamente, non è effeminato nemmeno un po’ però proprio non mi piace. I miei compagni di classe non sono omofobi, il mio compagno gay non viene preso in giro o messo in mezzo con atti di bullismo, solo che gli altri lo considerano un po’ un marziano. Un giorno un mio compagno stava parlando con questo ragazzo gay e gli diceva: “Io non ho niente contro i gay, ma non ho mai capito come può fare uno come te, che in fondo sei un ragazzo come noi, a stare senza ragazze e a correre appresso ai ragazzi.” Questo è l’atteggiamento che vedo intorno a me. So bene che c’è di molto peggio, ma anche questo sentirsi un marziano non è per niente gradevole. Puoi ben capire che fare coming out a scuola e essere trattato come il mio compagno gay non mi attira per niente.

Quanto a storie d’amore sono tutte mie fantasie a basta. Due anni fa mi ero innamorato di un ragazzo del quinto, che era molto bello e che mi affascinava molto perché era molto calmo, mai aggressivo e anche se ero più piccolo di lui, le volte che è capitato che abbiamo parlato, mi ha preso sul serio. Poi ha fatto la maturità e se ne è andato e non l’ho più visto, tra l’altro era pure etero, di questo non avevo il minimo dubbio. C’è un ragazzo della mia classe che mi piacicchia, cioè rispetto al ragazzo bello del quinto di due anni fa non c’è nessun paragone possibile, ma tra gli altri è quello che guardo di più, ma poi, quando ci parlo, mi passa qualunque fantasia, è molto pieno di sé, mi dice tutte le cose che farà all’università e dopo, però a me sembra un po’ un pallone gonfiato. Ce lo vedi a fare lo scienziato uno che fatica a prendere sei al compito di matematica? Io no! Quindi, diciamo che quanto a storie d’amore sono a zero. Uno che mi piace molto in tutti i sensi c’è ma non sta nella mia classe e ci posso scambiare qualche parola solo quando c’è l’assemblea, però mi piace veramente molto. È alto, magro, sorridente, biondo, con gli occhi chiari, proprio come i ragazzi che piacciono a me e poi è intelligente, quando interviene mi stupisce per quello che dice, ed è uno che parla poco, tra l’altro ha anche un voce molto sexy e belle mani. Su questo ragazzo ho cercato di raccogliere informazioni, prima di tutto per spere se ha una ragazza e non ce l’ha! Poi per capire come ragiona sui gay e ho sentito una volta un suo intervento in assemblea quando si parlava proprio di questo e ho notato che aveva un modo di esprimersi molto particolare. Ti faccio un esempio. Un altro ragazzo, per dire che i gay non vanno emarginati diceva che non vanno emarginati perché “quelli sono come noi!” e quindi in pratica dicava di essere un etero che accetta i gay, mentre il ragazzo che mi piace una distinzione tra “noi” e “loro” non l’ha mai fatta, non ha mai detto cose che sottintendessero che lui era etero, cosa che mi ha fatto accendere una lampadina nel cervello… non ha la ragazza, parlando dei gay non distingue tra noi e loro… beh, oggettivamente non sono argomenti molto forti ma è chiaro che il discorso va approfondito e che ha senso cercare di capire qualche cosa di più. Non credo che questo ragazzo mi abbia notato perché io parlo poco, non faccio interventi all’assemblea e ho paura di dire scemenze, quindi non mi metto in evidenza, però, con questo ragazzo sono successe delle cose che mi sono piaciute tantissimo. Durante l’assemblea tanti ragazzi stavo in cortile a fumare e c’eravamo anche io lui, anche se non fumiamo, poi gli altri sono rientrati tutti in assemblea io sono rimasto fuori, mi aspettavo che anche lui entrasse e invece è rimasto fuori a parlare con me seduto sui gradini, mi sembrava un sogno. Non voglio sopravvalutare il fatto però lui è rimasto lì per me. Non sapevamo che dire né io né lui, è stato un momento di imbarazzo bellissimo ma è finito subito perché è passato un prof e ci ha fatto rientrare. Poi c’è stato un altro episodio, c’era una conferenza sul nucleare il pomeriggio e c’era pochissima gente, non c’erano compagni di classe suoi e si è seduto vicino a me in una sala quasi vuota, sentivo il suo calore. Quando è finita mi ha offerto un caffè alla macchinetta e mi ha chiesto che cosa avevo capito di tutto quello che avevano detto, e gli ho detto che stavo proprio pensando ad altro e lui mi ha risposto: “Anche io… ” e ha fatto un bellissimo sorriso, gli ho chiesto a che cosa e mi ha risposto: “Mi sa che lo sai, però cambiamo discorso ok?” è stato un attimo intensissimo ma poi abbiamo parlato d’altro. È possibile che anche lui sia interessato a me? Non hai un’idea di quando un’idea simile mi farebbe felice. Non mi interessa nemmeno che sia gay (certo che sarebbe l’ideale!). Mi basterebbe anche averlo solo come amico. Ecco lui è il mio sogno d’amore: un ragazzo bello, intelligente e innamorato di me! Forse è chiedere troppo però non lo mollerò perché qualcosa c’è anche da parte sua.

Adesso ti lascio e ti auguro buona settimana. Grazie di tutto.

Matteo

UN GAY TRA UN ETERO E UN BISEX

Quando ero bambino credevo nelle favole, credevo che per ottenere qualsiasi cosa bastasse volerla profondamente, col crescere ho imparato sulla mia pelle che le favole sono un modo per evitare a un bambino un contatto troppo traumatico con la realtà. Quando ero piccolo, non ero un principino azzurro e forse somigliavo più a un ranocchio che a un principe, ma a un ranocchio grassottello, perché ero così! Ce ne ho messo di fatica per accettarmi, ma non come gay, quello è venuto dopo e non è stato per niente un problema, ma per accettarmi come ciccione.

Adesso rivedo le foto di quando ero bambino: proprio una palla di lardo attirata inesorabilmente da torte e merendine di tutti i tipi. Del periodo prima dell’adolescenza ricordo soprattutto i colloqui con la psicologa e con la dietista, il terrore di quando mi prendevano il sangue per le analisi e l’ossessione della bilancia, non capivo perché mia madre la considerasse una cosa così fondamentale. Non me ne fregava niente di essere ciccione e non capivo perché invece gli altri se ne preoccupassero tanto. Odiavo mia madre quando mi nascondeva le cose da mangiare, mi spiava e chiudeva a chiave il frigorifero.

Alle elementari, in una scuola di suore, i compagni erano educati e nessuno mi prendeva in giro e così l’essere ciccione non mi procurava proprio nessun problema. I guai sono cominciati in prima media. Appena entrato mi hanno appioppato il primo nomignolo: Ciccio! All’inizio non capivo perché, poi piano piano ho capito. L’ambiente della scuola era pessimo. I professori faticavano molto a farsi rispettare, li prendevamo in giro e ridevamo come matti e loro cercavano di tenerci buoni come potevano, quello di matematica ci minacciava di caricarci di compiti, quella di Italiano di farci fare riassunti lunghissimi.

Ginnastica ce la faceva una professoressa giovane che ci faceva vedere lei prima come si facevano gli esercizi, ma lei li sapeva fare, noi no! Alle prime lezioni di ginnastica mi sono sentito per la prima volta emarginato. Alle elementari in pratica ginnastica non si faceva, ma alle medie sì e si cominciava con una corsa che non finiva mai. La professoressa mi faceva fare solo due giri, poi gli altri li faceva continuare  e a me e a un altro ci metteva a fare stiramento sdraiati per terra e l’altro era pure cicciotto, non proprio come me ma quasi. La prof. non ci faceva stancare, poi ho capito che dato che ero troppo ciccione avrei potuto avere dei problemi e la prof. ci stava attenta. Quando i miei sono andati al colloquio con la prof. hanno chiesto se non fosse il caso di chiedere l’esonero e la prof. ha detto che chiedere l’esonero sarebbe stato certamente un errore e che anzi avrei dovuto frequentare regolarmente una palestra.

Nella prima settimana di scuola media avevo imparato una lunghissima serie di parolacce di cui non sapevo minimamente il significato. In pratica in brevissimo tempo le prese in giro dei compagni, ma anche le spinte e le botte, si sono concentrate tutte su due ragazzini, uno ero io: “Ciccio” e poi c’era “Recchia”, un ragazzino esile e biondo che veniva sistematicamente messo in mezzo e preso a botte. Io non capivo perché lo chiamassero Recchia e pensavo che fosse perché aveva le orecchie grandi, ma in realtà non erano grandi, ci ho messo un paio d’anni ad arrivare a capire il vero perché. In seconda media i miei compagni, o almeno qualcuno di loro, devono aver cominciato a capire qualcosa in più del sesso, fatto sta che, anche se io non capivo il perché, abbracciavano Recchia dal di dietro e lo tenevano stretto e Reacchia cercava di divincolarsi di scappare via, se non ci riusciva reagiva urlando e qualche volta si metteva a piangere e allora lo sfottevano proprio, pretendevano che si sedesse sulle gambe degli altri compagni e qualcuno cercava di mettergli la mano in mezzo alla gambe, è a qual punto che ho cominciato ad avere una prima vaga idea di che cosa fosse la sessualità.

Recchia mi faceva tenerezza, io non gli facevo mai scherzi stupidi e se vedevo qualcuno che con lui ci provava mi mettevo in mezzo e gli altri si stavano buoni, perché ero molto più grosso di loro. A metà della seconda media Recchia ha cambiato scuola (poi ho capito che non poteva reggere gli atti di bullismo dei miei compagni) ma abbiamo continuato a vederci lo stesso almeno una volta alla settimana, con lui stavo bene, non mi prendeva mai in giro e quando andavo a casa sua i genitori mi facevano trovare sempre qualche cosa da mangiare: la pizza o dei dolcetti.

Quando ero in terza media, Recchia ha cominciato a diventare proprio un bel ragazzo e lì ho cominciato a fantasticare su di lui, mi piaceva moltissimo e praticamente ho cominciato a masturbarmi pensando sempre a Paolo, si chiama così. Immaginavo che lui fosse gay e che fosse innamorato di me, cosa molto improbabile perché lui era bello mentre io ero ancora ciccione, ero cresciuto di altezza ma ero ancora molto pesante. Abbiamo fatto gli esami di terza media in due scuole diverse e poi ci siamo ritrovati insieme al primo liceo scientifico. Mi aveva detto che avrebbe fatto il classico ma poi me lo sono ritrovato nella mia classe, non so se è successo per caso (non credo), ma è successo così.

Abbiamo cominciato a studiare insieme, la cosa funzionava e poi facevo di tutto per non perdere terreno perché passare tutti i pomeriggi con Paolo era come stare in paradiso. La scuola era difficile e si studiava parecchio ma non ci siamo fatti spaventare. Un giorno una nostra compagna viene da me e mi dice che Paolo le ha detto che io sono un ragazzo speciale, la cosa mi fa piacere, proprio tanto. Arriviamo in terza, adesso Paolo è ormai l’idolo della ragazze e pure delle professoresse e io mi sento orgoglioso che mi consideri un amico. Ovviamente lui è il centro di tutti i miei interessi sessuali, ma mi sembra non solo troppo bello per me ma troppo interessato alle ragazze, comunque continuiamo a studiare insieme.

Quando siamo quasi alla fine della quarta, in gita scolastica ci mettono nella stessa stanza d’albergo, parliamo tutta la notte, anche di sesso, e mi racconta di una ragazza che gli piace moltissimo, io lo sto a sentire e cerco di rispondergli come posso, poi lui mi chiede di me e siccome mi fidavo veramente di lui gli dico che penso di essere gay ma non solo, gli dico anche che mi sono innamorato di lui, lui mi guarda perplesso, poi manda rumorosamente fuori tutto il fiato che ha nei polmoni e mi dice: “Vabbe’, succede! Mi dispiace che non ti posso corrispondere perché per me ci cono solo le ragazze, se mai dovessi innamorarmi di un ragazzo, quello saresti tu! Lo so che è una magra consolazione… Tutto come prima?” Io gli rispondo: “Certo!” Ed effettivamente tra noi non è cambiato nulla, se mai i rapporti sono migliorati, mi sentivo libero e felice di avere un amico come Paolo.

Poi a metà della quinta io ho fatto la mia metamorfosi e da bruco cicciotto che ero sono diventato farfalla, ho perso moltissimi chili e, a quello che mi dicono, sono diventato un bel ragazzo, avrei sperato che i ragazzi mi corressero appresso e invece a corrermi appresso erano solo le ragazze. Mi consultavo spesso con Paolo su come fare per tenere le ragazze a distanza perché anche lui aveva lo stesso problema anche se per ragioni completamente diverse.

Dopo la maturità Paolo è andato a studiare in un’altra città e in pratica abbiamo perso quasi del tutto i contatti. Io mi sono iscritto a ingegneria sognando di poter incontrare un altro Paolo, ma questa volta gay, e di poter finalmente vivere una storia d’amore con lui. Per me Paolo è stato a tutti i livelli una persona importantissima, non era gay, ok, ma eravamo amici nel senso vero della parola, in pratica sapeva tutto di me e non è cambiato nulla e poi non ha fatto chiacchiere con nessuno. Diciamo che mi ero abituato male, non solo ma avevo in testa il mito del gay che è sempre buono, che rispetta il suo prossimo e cerca una vita affettiva seria. In facoltà siamo pochi, c’è una discreta percentuale di ragazze, quindi il numero di ragazzi è piuttosto basso, diciamo una ventina, di gay ci sono io, qualche altro ce ne dovrebbe pure essere ma ognuno si tiene bene arroccato nella sua privacy, meno gli etero, che però da noi devono pensare soprattutto a studiare più che a stare appresso alle ragazze.

Insomma, mi giro intorno ma di gay nemmeno l’ombra. Faccio amicizia con un ragazzo del mio corso, premetto subito che non aveva niente a che vedere con Paolo, era un ragazzo non brutto, ma per me non era mai stato oggetto non dico di fantasie erotiche ma nemmeno di curiosità. Su di lui non avevo cercato di ottenere notizie come su un altro paio di nostri colleghi, proprio perché sostanzialmente non mi interessava. L’amicizia tra noi nasce per caso e credo che anche a lui di me importasse molto poco, poteva servire per studiare insieme, ma non era nemmeno un gran ché da quel punto di vista. Non do importanza alla cosa, nei periodi prima degli esoneri studiamo insieme qualche sera. Visto da vicino non è brutto e mi dico che siccome un altro Paolo non lo trovo di certo, tanto vale prendere quello che passa il convento, tra noi si crea un po’ più di confidenza e lui comincia a parlare di ragazze, mi dice che ha una ragazza ma che “non gli basta” che ha bisogno anche di “altro”.

Gli chiedo se è innamorato della ragazza e mi dice di sì, il discorso va avanti e dopo un lungo tira e molla mi dice di essere bisessuale, io, data la mia totale inesperienza, mi metto in testa un’equazione sbagliata: “bisessuale = gay” e ci resto pure un po’ male: avevo trovato uno che ci sarebbe anche stato ma non era come Paolo… mi dicevo: “Ma proprio questo doveva essere gay?” (per me gay  bisex era in pratica lo stesso) E andavo avanti nella presunzione che il suo mondo fosse esattamente come il mio. Non sapevo che fare, dirgli: “Sono gay” sarebbe stato forse la cosa più giusta da fare ma, francamente, non mi fidavo troppo di lui e poi avevo anche paura che potesse mettersi in testa di starmi appresso, cosa che non ero affatto convinto di volere, anzi più no che sì.

Ho continuato a fare l’amico etero, ma evidentemente lui aveva l’occhio lungo e ha mirato lontano, dove io non credevo che arrivasse. Mi ha fatto conoscere la ragazza, cosa che non mi sarei mai aspettato e ha fatto in modo che ci si frequentasse in tre parecchie volte. Io mi dicevo: “Ma se vuoi uscire con me ok, ma la ragazza che c’entra? Non mi immischiare con cose in cui non ho nulla a che fare!” Ma nel mio ragionamento c’era una falla, piano piano avevo cominciato a dare per scontato che lui avesse capito come stavano le cose anche se io non avevo mai ammesso nulla. Mi dicevo: “Se non è cretino ha capito!” A un certo punto mi sono accorto che la ragazza mi cominciava a considerare un confidente. Mi telefonava per raccontarmi gli affari suoi e in pratica per farmi capire che aveva problemi col ragazzo perché pensava che il ragazzo fosse gay. Le ho chiesto da che cosa lo deducesse e mi ha detto che il ragazzo il mercoledì non c’era mai, io, forse ingenuamente, le ho detto che il mercoledì non veniva mai a lezione e lei ha fatto una smorfia come per dire che se lo aspettava, poi ha chiesto a me se io sapevo qualcosa e mi sono trovato in un imbarazzo terribile, perché io sapevo ma a lei non potevo dire nulla e quindi ho dovuto mentire, ma la cosa non mi piaceva affatto. Insomma io sono diventato il confidente della ragazza, che mi chiamava praticamente tutti i giorni e che il mercoledì mi veniva a trovare alla mensa dell’università per pranzare con me.

A lui alla fine ho dovuto dire come stavano le cose e mi ha confessato che con la ragazza ormai le cose non andavano più bene e che lui forse non era realmente bisex ma gay e che non se la sentiva di andare avanti per forza con la ragazza. Insomma, dopo qualche giorno, un martedì sera mi dice che ha lasciato la ragazza perché non è una cosa per lui, il mercoledì a mensa vedo la ragazza che mi conferma il fatto ma il tempo è pochissimo e decidiamo di rivederci la sera. Andiamo in pizzeria, poi in macchina lei si sfoga con me e si mette a piangere e mi dice una frase che mi mette in allarme: “Io dei gay non ne posso più! Ho bisogno di un uomo vero, io sto bene solo con te!” Io mi sono detto: “Oddio! Vuoi vedere che quello ha tagliato la corda e mi ha scaricato la ragazza!” Ho dovuto fare appello a tutto il mio spirito creativo per spiegare alla ragazza che io ero già impegnato e che la mia ragazza la sentivo tutte le sere su skype. Lei c’è rimasta malissimo anche se, ovviamente non poteva prendersela con me.

Quando ho rivisto lui l’indomani all’università, gli ho chiesto dove se ne andava il mercoledì, perché pensavo che si fosse trovato un ragazzo, e mi ha detto: “Vedo un’altra ragazza!” Io gli ho detto: “Ragazza? Ma non ti sentivi gay?” E mi ha risposto: “Proprio gay gay no.” La sera ho chiamato Paolo e gli ho raccontato tutta la storia  e lui mi ha detto che aveva fatto la corte a una ragazza per mesi ma che lei lo teneva a distanza, poi un’amica della ragazza gli ha detto che la ragazza non lo voleva perché pensava che fosse gay! Paolo gay? Solo una che non ragiona può pensare una cosa simile. Poi Paolo mi ha detto: “Mi sa che sarebbe proprio meglio che ci mettessimo insieme!” ed è finito tutto con questa battuta: Paolo!!! Ma perché i ragazzi belli e intelligenti sono sempre etero?!