GAY E POLEMICHE

Mi è capitato in questi giorni di sentirmi in difficoltà perché, nella gestione di un forum gay, mi sono trovato di fronte atteggiamenti che non immaginavo, in pratica forme di aggressività che a me sembravano del tutto immotivate. Ovviamente le generalizzazioni sono pericolose e io mi riferisco a casi singoli, ma reali. In buona sostanza ci sono dei gay che tendono al pensiero unico, alla difesa corporativa, sempre e comunque, e non si rendono conto che altre persone possono avere avuto esperienze diversissime dalle loro e possono ragionare in modo completamente diverso. È come se scattasse un meccanismo automatico di liberazione dell’aggressività nei confronti di chi la pensa in un altro modo, gay contro gay, e ciò che stupisce è la volontà di tacitare l’altro accusandolo proprio di aggressività. Una discussione produttiva dovrebbe vedere una contrapposizione di argomenti, non di persone, e dovrebbe essere condotta “cercando di capire” il punto di vista e le esperienze dell’altro, ma qualche volta intervengono meccanismi automatici di difesa che scatenano l’aggressività. Personalmente mi sento laicissimo, ma non capisco perché un gay che usa la parola spiritualità e parla della promiscuità sessuale di certi ambienti gay debba essere tacciato di essere una specie di propagandista occulto di una dottrina retrograda (il cattolicesimo). Tutti i gay dovrebbero odiare la chiesa? Ci sono moltissimi gay cattolici, io non sono uno di loro, che fanno di tutto per conciliare omosessualità e cattolicesimo, ma francamente, pur non condividendo il loro punto di vista, lo ritengo assolutamente legittimo, ci mancherebbe altro! Io stesso ho scritto più volte sugli atteggiamenti omofobi della chiesa, sulle terapie riparative, ecc. ecc., ma ho anche ottimi ricordi di discussioni “serie” con ecclesiastici in tema di omosessualità e con alcune di queste persone mantengo rapporti di amicizia, anche se, lo ribadisco, mi sento laico al 100%. Sono gay, ma francamente non credo che esista una ideologia gay, non credo che esista e che debba o possa esistere una uniformità di pensiero legata al fatto di essere gay. Ma mi è capitato di essere stato considerato una specie di apostata perché, a detta di qualcuno, avrei difeso le posizioni omofobe della chiesa… io? Beh, chi lo dice non mi conosce affatto, ma va sottolineato che (mi scuso della citazione della buon’anima del cardinale Martini) non si tratta di gay e non gay, ma di pensanti e non pensanti, se l’essere gay diventa un principio di assimilazione e di conformismo ad una specie di “dottrina gay”, allora bisogna correggere il tiro e ricordarsi che le porte vanno lasciate aperte a tutti, non perché si convertano ad un credo particolare ma perché il valore sta nel dialogo in sé.

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PAPI SANTI E OMOSESSUALITA’

Domani, 27 Aprile 2014, la Chiesa cattolica innalzerà alla gloria degli altari Papa Giovanni XXIII e Papa Giovanni Paolo II.
Invito chiunque non lo avesse già fatto a leggere la LETTERA AI VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA SULLA CURA PASTORALE DELLE PERSONE OMOSESSUALI, che si conclude con le parole “Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell’Udienza accordata al sottoscritto Prefetto, ha approvato la presente Lettera, decisa nella riunione ordinaria di questa Congregazione e ne ha ordinato la pubblicazione.

Roma, dalla Sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, 1° ottobre 1986.
Ed è firmata dall’allora Prefetto Cardinale Joseph Ratzinger. Riporto qui di seguito un solo brano della Lettera che contiene il pensiero di Giovanni Paolo II sulla omosessualità:

“La posizione della morale cattolica è fondata sulla ragione umana illuminata dalla fede e guidata consapevolmente dall’intento di fare la volontà di Dio, nostro Padre. In tal modo la Chiesa è in grado non solo di poter imparare dalle scoperte scientifiche, ma anche di trascenderne l’orizzonte; essa è certa che la sua visione più completa rispetta la complessa realtà della persona umana che, nelle sue dimensioni spirituale e corporea, è stata creata da Dio e, per sua grazia, chiamata a essere erede della vita eterna.
Solo all’interno di questo contesto, si può dunque comprendere con chiarezza in che senso il fenomeno dell’omosessualità, con le sue molteplici dimensioni e con i suoi effetti sulla società e sulla vita ecclesiale, sia un problema che riguarda propriamente la preoccupazione pastorale della Chiesa. Pertanto dai suoi ministri si richiede studio attento, impegno concreto e riflessione onesta, teologicamente equilibrata.

Già nella « Dichiarazione su alcune questioni di etica sessuale », del 29 dicembre 1975, la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva esplicitamente trattato questo problema. In quella Dichiarazione si sottolineava il dovere di cercare di comprendere la condizione omosessuale, e si osservava come la colpevolezza degli atti omosessuali dovesse essere giudicata con prudenza. Nello stesso tempo la Congregazione teneva conto della distinzione comunemente operata fra condizione o tendenza omosessuale e atti omosessuali. Questi ultimi venivano descritti come atti che vengono privati della loro finalità essenziale e indispensabile, come « intrinsecamente disordinati » e tali che non possono essere approvati in nessun caso (cf. n. 8, par. 4).
Tuttavia nella discussione che seguì la pubblicazione della Dichiarazione, furono proposte delle interpretazioni eccessivamente benevole della condizione omosessuale stessa, tanto che qualcuno si spinse fino a definirla indifferente o addirittura buona. Occorre invece precisare che la particolare inclinazione della persona omosessuale, benché non sia in sé peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale. Per questo motivo l’inclinazione stessa dev’essere considerata come oggettivamente disordinata.
Pertanto coloro che si trovano in questa condizione dovrebbero essere oggetto di una particolare sollecitudine pastorale perché non siano portati a credere che l’attuazione di tale tendenza nelle relazioni omosessuali sia un’opzione moralmente accettabile.”

La Lettera sulla pastorale delle persone omosessuali approvata di Giovanni Paolo II ripugna alla coscienza civile di chiunque sappia che cosa è veramente l’omosessualità e invita a non desistere dalla lotta per la conquista dei più elementari diritti civili e per la laicità dello stato. Chi ha ispirato e approvato quei giudizi e quei discorsi sarà elevato domani alla gloria degli altari: chi ha orecchio per intendere intenda!

GAY: DALLA COMPASSIONE DEL CATECHISMO AI DIRITTI CIVILI

Un articolo di Sandro Magister del 15 Novembre 2013, intitolato: “Contro il matrimonio gay il generale Bergoglio mandò all’assalto le suore” ha attirato l’attenzione della cronaca sulla vera posizione di Papa Brgoglio sul matrimonio gay (http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350643).

L’articolo di Sandro Magister non è sfuggito a Massimo Introvigne, che il 16 novembre del 2013, ha pubblicato su “La nuova bussola quotidiana” l’articolo: “Bergoglio: rispetto per i gay ma la famiglia è altra cosa” in cui riconosce a Magister il merito di aver pubblicato il link (http://www.aicaold.com.ar/docs_blanco.php?id=490) ad una lettera dell’allora cardinale Bergoglio a Justo Carabajales, direttore del dipartimento dei laici della Conferenza episcopale argentina,  che il 13 luglio 2010 aveva organizzato una marcia per la vita e la famiglia in opposizione alla legge sul matrimonio omosessuale. Introvigne pubblica anche una traduzione italiana di quella lettera.

Lo stesso 16 novembre 2013, Sandro Magister pubblica il suo articolo: “Quella tremenda lettera di Begoglio contro i matrimoni gay” (http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/11/16/quella-lettera-di-bergoglio-contro-i-matrimoni-gay/) in cui riporta anche lui il testo della traduzione italiana delle lettera di Bergoglio.

Gli articoli di Introvigne e di Magister hanno motivazioni molto diverse ma concordano in modo sostanziale sul fatto che nelle famose dichiarazioni del “chi sono io per giudicare un gay” non si poteva trovare ragionevolmente alcuna apertura al matrimonio gay e nessun cambiamento di atteggiamento verso l’omosessualità.

Il 13 marzo del 2013, a poche ore dall’elezione di papa Bergoglio, ho pubblicato, per primo, sui siti di Progetto Gay la traduzione italiana della lettera che il 9 luglio 2010, pochi giorni prima della discussione della legge argentina sul matrimonio tra persone dello stesso sesso, i l cardinal Bergoglio, allora primate di Argentina, aveva indirizzato alle monache carmelitane di Buenos Aires, in cui descriveva il progetto di legge sul matrimonio tra omosessuali come “una mossa del padre della menzogna”, cioè un piano diabolico, e incoraggiava ad aderire alla “guerra di Dio” contro la possibilità che gli omosessuali possano sposarsi. (http://gayproject.wordpress.com/2013/03/13/papa-bergoglio-e-gli-omosessuali/).

Il 31 luglio 2013 ho pubblicato, sempre tramite Progetto Gay, l’articolo “Chi sono i gay per giudicare il papa?” (http://gayproject.wordpress.com/2013/07/31/chi-sono-i-gay-per-giudicare-il-papa/) in cui analizzavo la posizione dottrinale della Chiesa cattolica sulla omosessualità e le posizioni assunte in proposito da Benedetto XVI, definito da papa Francesco come un “nonno saggio”. Nell’articolo facevo esplicito riferimento al capitolo XVI del libro “Sobre el cielo y la tierra” (in spagnolo), Buenos Aires, Editorial Sudamericana, 2010, di Jorge Bergoglio e Abraham Skorka, allora rispettivamente Cardinale di Buenos Aires e Rettore Seminario Rabbinico Latinoamericano di Buenos Aires, dedicato “al matrimonio fra persone dello stesso sesso”. Bergoglio introduce un elemento di novità indicando quanto “non compete” al ministro religioso che “non ha il diritto di intromettersi nella vita privata di nessuno, certo. Se nella creazione Dio ha corso il rischio di renderci liberi, chi sono io per intromettermi? Condanniamo l’eccesso di pressione spirituale, che si verifica quando un ministro impone le direttive, la condotta da seguire, in modo tale da privare l’altro della sua libertà”. Queste affermazioni, però, non sono finalizzate all’apertura a scelte diverse da quelle proposte (e, a parole, non imposte) dalla Chiesa, perché Bergoglio si affretta a precisare che “Dio ci ha lasciato addirittura la libertà di peccare”.

Papa Bergoglio è un gesuita. Nell’articolo “Gesuiti e gay” (http://gayproject.wordpress.com/2013/08/04/gesuiti-e-gay/) ho cercato di ricostruire l’atteggiamento dei Gesuiti rispetto alle unioni omosessuali anche in riferimento alle note posizioni del cardinal Martini, anch’egli gesuita.

Da un’analisi seria di tutto il materiale risulta evidente che gli atteggiamenti di papa Bergoglio sono esattamente identici a quelli di papa Ratzinger e non fanno che confermare, come è ovvio, la tradizionale dottrina cattolica sulla omosessualità, solo che, con Bergoglio, le forme soft della comunicazione fanno perdere di vista la sostanza e possono dare l’illusione di un qualche cambiamento.

Se i gay hanno qualche possibilità di vedere riconosciuti i propri diritti civili, questo non avverrà certo per merito della Chiesa cattolica. Il Vaticano ha espresso perfino contrarietà alla proposta che la Francia, a nome dei 25 paesi della UE, aveva presentato all’Onu per la depenalizzazione dell’omosessualità nel mondo.

(http://gayproject.wordpress.com/2008/12/02/chiesa-e-depenalizzazione-della-omosessualita%E2%80%99/).

Invito chiunque voglia farsi seriamente un’idea della posizione della Chiesa sulla omosessualità alla lettura integrale di due documenti della Santa Sede riguardanti l’omosessualità (http://nonsologay.blogspot.it/2013/02/papa-ratzinger-e-lomosessualita.html) che sono un esempio di persecuzione sulla base di soli pregiudizi. La lettura di questi documenti è sconvolgente.

Non sorprende tanto che diversi gruppi gay di ispirazione cattolica si aspettino da papa Francesco riconoscimenti e aperture epocali, c’è invece un’altra questione che lascia grosse perplessità. In un documento del Vaticano (http://www.vatican.va/holy_father/francesco/speeches/2013/july/documents/papa-francesco_20130728_gmg-conferenza-stampa_it.html) si riporta il testo della “Conferenza stampa del Santo Padre Francesco durante il volo di ritorno da Rio da Janeiro” domenica 28 luglio 2013, nel documento si legge il seguente brano:

Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla? Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega in modo tanto bello questo, ma dice – aspetta un po’, come si dice… – e dice: “non si devono emarginare queste persone per questo, devono essere integrate in società”. Il problema non è avere questa tendenza, no, dobbiamo essere fratelli, * * * perché questo è uno, ma se c’è un altro, un altro. Il problema è fare lobby di questa tendenza: lobby di avari, lobby di politici, lobby dei massoni, tante lobby. Questo è il problema più grave per me. E La ringrazio tanto per aver fatto questa domanda. ”

Nel punto segnato da tre asterischi, secondo almeno tre testate giornalistiche importanti italiane, dovrebbero trovarsi, in riferimento ai gay, le parole: “Quando uno si trova perso così va aiutato, e si deve distinguere se è una persona per bene

(http://www.repubblica.it/esteri/2013/07/29/news/vaticano_e_italia_accordo_scambio_informazioni_finanziarie-63915842/

http://www.lastampa.it/2013/07/29/blogs/oltretevere/lobby-gay-7HsXagAP7Gp0Hln4d8WezN/pagina.html

http://tg.la7.it/vaticano/il-papa-chi-sono-io-per-giudicare-i-gay-la-comunit%C3%A0-omosex-toni-nuovi-ma-resta-discriminazione-29-07-2013-61352

Non si tratta di un dettaglio insignificante. Sono andato a cercare il video integrale della conferenza stampa ma di quelle parole non si trova traccia. Tutti i video si interrompono esattamente prima di quella frase e proseguono poi con questioni che non toccano i gay. Ho trovato l’audio integrale delle dichiarazioni del papa sul sito de L’Avvenire, giornale dei vescovi (http://www.avvenire.it/Audio/Pagine/Audio.aspx?AudioId=148), ed è strettamente conforme al testo messo in rete dal Vaticano. Si tratta comunque di un file audio molto disturbato da rumori di fondo, anche se oggettivamente quella frase non c’è.

Mi chiedo se sia possibile che i giornalisti di Repubblica, di La Stampa e di La 7 abbiano inserito proditoriamente quelle parole, che effettivamente sono fondamentali per capire il pensiero di Bergoglio. Senza quelle parole il discorso lascia la porta aperta a molti equivoci, almeno per i non addetti ai lavori, con quelle parole risulta invece chiarissimo che nulla può cambiare.

Nel confermare le mie valutazioni, che coincidono con quelle di Sandro Magister, riposto anche io qui di seguito il testo Italiano della lettera del cardinal Bergolio a Justo Carabajales.

Caro Justo,

La commissione episcopale per i laici della conferenza episcopale argentina, nell’esercizio della libertà propria di tutti i cittadini, ha preso l’iniziativa di organizzare una manifestazione contro la possibile approvazione di una legge sul matrimonio fra persone dello stesso sesso, riaffermando nel contempo la necessità che ai bambini sia riconosciuto il diritto ad avere un padre e una madre, necessari per la loro crescita ed educazione. Con questa lettera desidero dare il mio appoggio a questa espressione di responsabilità del laicato.

So, perché me lo avete detto, che non sarà un evento contro nessuno, perché non vogliamo giudicare quanti pensano e sentono in modo diverso. Senza dubbio, più che mai, di fronte al bicentenario [dell’Argentina] e con la certezza di costruire una nazione che deve includere la pluralità e la diversità dei suoi cittadini, sosteniamo chiaramente che non si può considerare uguale quello che è diverso e che in una convivenza sociale è necessario accettare le differenze.

Non si tratta di una questione di semplice terminologia o di convenzioni formali relative a una relazione privata, ma di un vincolo di natura antropologica. L’essenza dell’essere umano tende all’unione dell’uomo e della donna come realizzazione reciproca, come attenzione e cura, come cammino naturale verso la procreazione. Questo conferisce al matrimonio la sua elevatezza sociale e il suo carattere pubblico. Il matrimonio precede lo Stato ed è la base della famiglia, che è cellula della società precedente a ogni legislazione e precedente perfino alla Chiesa. Da questo deriva che l’approvazione del progetto di legge in discussione significherebbe un reale e grave regresso antropologico.

No, il matrimonio di un uomo e di una donna non è la stessa cosa dell’unione di due persone dello stesso sesso. Distinguere non è discriminare, al contrario è rispettare. Differenziare per discernere è valutare in modo proprio, non è discriminare. In un’epoca in cui si insiste tanto sulla ricchezza del pluralismo e della diversità culturale e sociale, è davvero contraddittorio minimizzare le differenze umane fondamentali. Un padre e una madre non sono la stessa cosa. Non possiamo insegnare alle future generazioni che è la stessa cosa prepararsi a un progetto di famiglia assumendo l’impegno di una relazione stabile tra uomo e donna e convivere con una persona dello stesso sesso.

Stiamo attenti a che, cercando di mettere davanti un preteso diritto degli adulti che lo nasconde, non ci capiti di lasciare da parte il diritto prioritario dei bambini – gli unici che devono essere privilegiati – a fruire di modelli di padre e di madre, ad avere un papà e una mamma.

Ti affido un incarico: da parte vostra, nel linguaggio ma anche nel cuore, non ci siano aggressività e violenza contro nessun fratello. I cristiani si comportano come servitori di una verità, non come suoi padroni. Prego il Signore che con la sua mansuetudine – quella mansuetudine che chiede a tutti noi – vi accompagni nell’evento.

Ti chiedo per favore di pregare e far pregare per me. Che Gesù ti benedica e che la Vergine Santa ti custodisca.

Fraternamente,

Card. Jorge Mario Bergoglio s.j., arcivescovo di Buenos Aires

 Effettivamente questa lettera chiarisce il pensiero di Bergoglio senza ombra di equivoci ed è il commento più eloquente alle dichiarazioni del “Chi sono io per giudicare una gay”.

LA VERA STORIA DI UN PRETE GAY

Si legge spesso sui giornali di preti e prelati gay che si danno alla bella vita approfittando del loro prestigio e della loro posizione sociale e combinando incontri con prostituti o con ragazzi che per qualche ragione non possono dire loro di no. Pur gestendo da anni un sito gay e pur avendo incontrato diverse volte preti e religiosi attraverso quel sito, devo dire che quello che ho visto è completamente diverso da quello che si legge nella cronaca. Per dovere di onestà e col consenso della persona di cui parlo, che purtroppo non c’è più, vorrei raccontare qui la vera storia di un prete gay che ho conosciuto in chat. Credo sia doveroso fare capire la portata reale del problema, che non sta nel comportamento scandaloso di alcuni, scandaloso anche e soprattutto per gli stessi gay oltre che ovviamente per la Chiesa, ma nella profonda sofferenza di moltissimi altri, da quello che vedo, della grande maggioranza dei preti gay.

Diversi anni fa, fui contatto in chat da un prete che aveva all’epoca cinquant’anni. Il dialogo tra noi fu caratterizzato, all’inizio, da una certa diffidenza reciproca. A me sembrava strano che mi contattasse un prete, era un evento piuttosto raro e pensavo che potesse trattarsi del solito fake che ha bisogno di divertirsi abusando di una chat gay (e purtroppo ce ne sono parecchi), poi, col passare delle settimane il dialogo tra noi divenne particolarmente serio, ne riporto qui di seguito alcuni brani (chiamo il prete che parla con me Paolo, nome fittizio, io sono project):

Paolo scrive: Non ti stupire, project, di preti gay ce e sono tanti, ma io mi sento veramente un prete, non ti saprei dire se quando ho fatto la scelta di entrare in seminario la mia fosse veramente vocazione o non ci fosse sotto l’incapacità di essere quello che ero o magari il desiderio di spendere comunque la mia vita per il prossimo facendo qualcosa di buono, visto che non avrei potuto viverla come avrei voluto. Sono cresciuto negli ambienti della parrocchia e li sentivo miei fin da ragazzo. La fede per me è stata sempre un valore grande, certo capivo che c’era un contrasto tra la mia fede e quello che ero e quando ho fatto la mia scelta ho scelto coscientemente di mettere da parte quello che ero e di seguire il Signore perché speravo di trovare anche io un po’ di consolazione. Quando sei giovane reagisci in modo emotivo e non sai che col tempo tante cose cambiano e che fare delle scelte che sono “per sempre” è molto più difficile di quanto sembra.

Ho girato diverse parrocchie, adesso sto a [omissis] è un bel posto ed è brava gente, quasi tutti vecchi, c’è tanta miseria ma soprattutto economica, non c’è miseria morale, non c’è malavita, non c’è violenza, non c’è droga, non imbrogliano il prossimo e c’è pure tanta dignità anche se sono poveri e forse proprio perché sono poveri, quella dignità che io non ho o non ho più perché certe volte mi sento l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. I parrocchiani mi vogliono bene e io voglio bene a loro, molti sono contadini ma sono proprio di pasta buona. Però mi sento nel posto sbagliato perché in un certo senso sono io che sto mentendo a loro, ma non so nemmeno se le cose stanno proprio così. Ho pensato che forse dovrei lasciare la Chiesa perché non sono degno di starci ma è un’idea che mi spaventa, non credo che riuscirei a vivere se dovessi lasciare la Chiesa e poi mi sentirei proprio un traditore di cose in cui nonostante tutto credo profondamente. Quando riesco a pregare ho la sensazione che il Signore mi sia vicino e mi aiuti ad andare avanti nonostante tutto. Capiscimi bene, io non sono mai venuto meno ai miei voti ma non solo, quando mi è capitato di venire a contatto con uomini giovani mi sono comportato sempre come si deve comportare un prete e poi non è stato nemmeno un sacrificio perché quelle persone per me erano sacre, te lo dico come in confessione, se avessi messo in difficoltà uno solo di quei ragazzi mi sarei sentito un verme. Il risultato di tutto questo è stato che ho sempre  evitato i contatti con gli uomini giovani e con i ragazzi, che magari potrebbero avere bisogno di un prete vero. Io penso soprattutto ai poveri, ai vecchi e ai malati. Quando mi è capitato di assistere dei moribondi ho pregato con una intensità fortissima che Dio potesse aiutarli dando loro tanta fede per affrontare il momento del trapasso. In quei momenti non avevo dubbi e mi sentivo prete nel senso più bello e profondo perché portavo il Signore a persone che avevano bisogno di conforto. Però qualche volta penso veramente che dovrei lasciare la Chiesa perché tante cose che devo dire sono cose che non sento veramente, mi sono sforzato di seguire l’insegnamento della Chiesa ma certe volte mi sembra in piena coscienza di non poter aderire a quelle cose.

Project scrive: Ma se tu lasciassi la Chiesa che prospettive avresti?

Paolo scrive: In pratica nessuna, non ho un titolo di studio che possa servire nella vita civile, non saprei proprio come fare a sopravvivere perché non so fare nulla, so fare solo il prete e faccio male anche quello e poi per la mia famiglia sarebbe una cosa distruttiva e non se l’aspetterebbero proprio. Mia madre e mio padre sono vecchi, sono contenti dell’idea di avere un figlio prete, per loro avere un figlio spretato sarebbe terribile e poi i miei genitori vivono di una pensione proprio minima e anche volendo, perché penso che non mi abbandonerebbero comunque, non potrebbero dare da mangiare anche a me. Se poi penso all’idea di avere un compagno, beh la cosa è proprio tragica. Ma chi si metterebbe con un ex-prete cinquantenne morto di fame? Proprio nessuno e pure io non mi metterei con nessuno, a parte il fatto che sono vecchio mi sentirebbero comunque strano perché ho alle spalle un mondo diversissimo dal loro e poi quel mondo non è solo stato il mio ma lo è tuttora e lo rimarrebbe comunque anche se me ne andassi dalla Chiesa. Non è solo la paura dell’esterno che non mi fa fare un passo del genere ma è anche il fatto che la Chiesa è il mio mondo vero, un mondo in cui mi sento utile. Quando viene qualcuno a confessarsi, cosa molto rara a parte le vecchiette che andrebbero santificare proprio perché sono incapaci di fare qualcosa di male, dicevo quando viene qualcuno a confessarsi, gli chiedo sempre di pregare per me perché certe volte non so proprio come gestire il mio rapporto col Signore, non riesco a capire che cosa Lui voglia da me. In effetti so benissimo che non ho scelte e che potrò solo andare avanti come adesso e con gli anni finirò forse per mettere da parte anche i dubbi che ancora ci sono, ma mi chiedo perché il Signore mi chiede un sacrificio così grande, voglio dire grande per me perché c’è gente che sopporta ben altro con tanta fede, non è che io voglia chissà che cosa, ma è questo stato di insoddisfazione che mi porto addosso che mi travolge, mi chiedo come sia possibile non che il Signore mi voglia prete, ma che mi voglia prete così, con questa mezza fede, con tutti questi se e ma e però. Certe volte penso di non essere un prete ma di “fare” il prete un po’ come un altro mestiere qualsiasi e allora penso che sto tradendo il Signore.

Il dialogo con Paolo è andato avanti per diversi mesi, anche se con lunghi intervalli, e il rapporto di stima e di rispetto reciproco si è consolidato. Un giorno mi disse che non stava bene e che avrebbe dovuto fare degli accertamenti, li fece a risultò che aveva un tumore in stato avanzato. Fu operato. Dopo l’intervento, che non riuscì ad arginare il problema ma indebolì ancora di più il suo fisico, mi chiamò per l’ultima volta. La conversazione fu brevissima.

Paolo scrive: è andata male, mi hanno detto che farò solo cure palliative. Ti ricordi, noi pensavamo che il problema fosse uno e invece il problema vero era un altro. Sono stanchissimo, vado a riposare, una cosa ti chiedo: prega per me.

Project scrive: Lo farò certamente. Ti abbraccio forte.

Paolo scrive: Hai fatto tanto per me. Ciao, amico.

Questa è stata la nostra ultima conversazione in chat. Posso dire che conservo dentro di me il ricordo di questo prete e della sua umanità sofferente, ecco perché quando sento parlare di preti gay in modo scandalistico mi arrabbio, quello che ho visto io in queste persone non è né stupidità né arroganza ma sofferenza silenziosa e coscienza lacerata. Il tema dei preti gay andrebbe trattato col massimo rispetto e lo dico da persona profondamente laica.

UN GAY SALVATO DALLE TERAPIE RIPARATIVE

Ho 31 anni e, dopo una lunga lotta con me stesso, ho ricominciato a vivere, da diversi anni ho smesso di distruggermi e da un paio d’anni penso di avere trovato proprio la felicità. Sento spesso esaltare la famiglia come se fosse una cosa bellissima, cioè come se fosse il posto ideale in cui un ragazzo può crescere serenamente ma per me, e me ne sto rendendo conto solo ora, la famiglia è stata un posto terribile. Dal di fuori la mia famiglia sembra una famiglia come tante altre, un padre che ha un buon lavoro (molto buono), una madre che lavorava ma poi ha lasciato il lavoro dopo la mia nascita per dedicarsi completamente a me (mai lo avesse fatto!). Entrambi i miei genitori sono di buon libello culturale. Non ho ricordi di nessuno dei miei nonni, ma penso che già i miei nonni siano stati la rovina dei miei genitori, esattamente come i miei genitori sono stati la mia rovina e forse anche peggio. Sia mio padre che mia madre sono figli unici esattamente come me. Non ho mai visto una sola volta mio padre e mia madre scambiarsi un gesto di tenerezza come non ho mai visto mio padre  stanco o trasandato o mia madre non perfettamente curata. Mia madre è sempre stata maniaca dell’ordine, della pulizia, ecc. ecc.. Il valore di fondo che ha sempre dominato la mia famiglia è il prestigio sociale. I miei sono benestanti, diciamo, ma non sono ricchi nel vero senso della parola, certo, per loro, non sentirsi all’altezza del loro mondo sarebbe una sofferenza grandissima. Sono cresciuto stando sempre da solo o con persone molto più grandi di me. La scuola è stata per me un’ossessione fin dalle elementari, non potevo essere il secondo della classe, dovevo essere per forza il primo e questo mi costava moltissimo. Mia madre ogni tanto mi faceva delle domande, proprio delle domande di quelle che si fanno a scuola per vedere se io ero in grado di rispondere. I miei erano molto legati alla chiesa, oggi penso che fosse più per ragioni di opportunità e di politica che per la religione in sé. In particolare da quando avevo sette o otto anni vedevo spesso in casa un prete che poteva avere allora circa 40 anni, lo chimerò qui don Luigi. Oggi dico un prete, ma allora dicevo un sacerdote, perché mia madre era convinta che, sotto sotto, la parola prete, detta da me, potesse avere un valore dispregiativo. Era un prete importante, molto rispettato e poi mi colpiva perché era un po’ la versione ecclesiastica di mio padre: capelli alla tedesca, clergyman perfetto, sempre perfettamente stirato, scarpe lucide, ecc. ecc.. Ho capito soltanto molti anni dopo quanto questo prete abbia influito sulla mia vita, fin da quando ero piccolissimo.

È stato don Luigi che, in pratica, ha deciso che dovessi fare le elementari in un istituto di suore, di cui però non ho un brutto ricordo, se non per il fatto che l’ambiente era quasi militaresco e lo studio era per me veramente un tormento. Quella scuola però aveva due grossi difetti che allora non vedevo affatto, in primo luogo era totalmente fuori dal mondo, cioè lì era tutto ovattato, attutito, i bambini crescevano e non sì rendevano conto di vivere in un mondo del tutto separato dalla realtà e poi c’era il fatto che i bambini erano avviati alla religione da piccolissimi con un sostanziale lavaggio del cervello di cui non potevano assolutamente rendersi conto perché mancava loro ogni possibilità di confronto con la vita di altri ragazzi. A sette anni le suore ci preparavano per la prima confessione, ma un bambino di sette anni ha ben poco da confessare, quindi io assimilavo tutti gli atteggiamenti esterni; le mani giunte, stare in ginocchio, recitare la penitenza ecc. ecc., la cosa che il prete mi ripeteva in confessione a quell’età era sempre che l’obbedienza a papà e mamma era come l’obbedienza a Gesù, che ci vuole bene se facciamo quello che lui ci comanda.  Verso la fine della quinta ho fatto la prima comunione, ma ancora non capivo assolutamente nulla di quello che stavo facendo. Le suore ci insegnavano il catechismo e io lo studiavo come una qualunque materia scolastica ed ero pure orgoglioso di sapere perché Dio avesse creato il mondo ecc. ecc..

La scelta delle medie, anche queste in un istituto religioso, fu caldamente patrocinata da don Luigi che diceva che per me ci voleva una “scuola seria”, cioè una scuola religiosa, che mi preparasse bene a quello che la vita mi avrebbe presentato, sottintendendo che la scuola pubblica fosse un ambientaccio in cui potevo solamente rovinarmi. In prima e seconda media l’ambiente era abbastanza simile a quello delle suore, anche se non c’erano suore ma preti. La scuola ogni tanto, anzi direi abbastanza di frequente, organizzava un campeggio o un soggiorno in campagna per tre giorni e la cosa mi piaceva molto. Li chiamavo “ritiri” e servivano per prepararci alla cresima che ho ricevuto  12 anni. La mia vita si svolgeva  in modo del tutto tranquillo, confessione e comunione tutte le domeniche, che per me era una cosa scontata ma anche molto meccanica, per il resto studiare e cercare di essere il primo della classe, a casa obbedire a papà e mamma, tutto qui.

Poi, improvvisamente all’inizio della terza media il mio mondo di sicurezze infantili va in crisi. Una notte, per la prima volta faccio un sogno bagnato e ricordo perfettamente che avevo sognato che stavo spiando un mio compagno nella doccia o meglio prima che si spogliasse per fare la doccia, al momento in cui immaginavo che si calasse le mutande ho avuto il mio primo orgasmo. Il sogno, lo ricordo ancora, era veramente eccitante e la sensazione fisica del mio primo orgasmo era intensissima e anche l’impressione, vagamente imbarazzante, che provai dopo, sentendomi tutto bagnato e appiccicoso, fu fortissima. Non sapevo che cosa fosse successo perché io sapevo per quale motivo Dio ha creato il mondo ma non sapevo che esistesse la sessualità, o almeno non riuscivo a connettere quello che era successo a me con quel minimo di concetti sul sesso che avevo potuto carpire dal mondo esterno, in pratica solo dalla TV perché internet a casa mia non era mai esistito se non come strumento di lavoro di papà. Insomma, fu quella la prima volta che provai imbarazzo per la sessualità. Non sapevo che fare: parlare con papà o con mamma? E poi raccontare a loro proprio tutto? Anche che sognavo di spiare un mio compagno e di vederlo nudo? Oppure avrei dovuto andare subito a confessarmi perché sognare una cosa simile sicuramente non è una cosa buona? E poi che cos’era tutta quella sostanza appiccicosa che mi ero ritrovato addosso. Decisi di evitare mia madre, perché pensavo che non avrebbe capito, andai a parlare con mio padre che capì al volo quello che era successo, ma a lui non dissi che avevo sognato di vedere un ragazzo nudo. Lui mi disse che ormai stavo diventando grande e che quello che era successo era il risveglio della mia sessualità e che non era una cosa pericolosa ma che per avere un indirizzo serio su come avrei dovuto affrontare queste cose dovevo parlarne col sacerdote. Ho capito solo molti anni dopo l’assurdità di un discorso simile, allora la risposta mi sembrò chiara ed esauriente. Andai a confessarmi nel pomeriggio con un sacerdote che non conoscevo perché mi vergognavo molto, ne trovai uno vecchio che mi disse che quelle cose servono quando ci si sposa e si devono avere figli e che fino a quel momento bisogna mantenere la purezza, cioè preservare assolutamente un dono così grande che mi avrebbe fatto collaboratore di Dio nel diffondere il dono della vita. Poi gli dissi, quasi come se fosse una banalità, quello che avevo sognato e lui si fermò e mi disse: “Questo è un peccato grave perché gli uomini sono fatti per le donne e le donne per gli uomini”, e aggiunse che avrei dovuto pregare molto perché Gesù mi facesse tornare sulla retta via, ecc. ecc., poi mi diede l’assoluzione. Per me fu un trauma tremendo. Che cosa avevo fatto di male? Non riuscivo proprio a capirlo. Comunque decisi di non dire nulla a mio padre di quello che era successo in confessione e di impegnarmi al massimo per non pensare più a quelle cose che mi avevano detto essere peccato grave. Da allora, forse avevo ancora 12 anni o ne avevo appena compiuti 13, la mia vita divenne una lotta continua contro me stesso. Scoprii la masturbazione dopo pochissimi giorni, ma con gravissimi sensi di colpa e con sensi di colpa ancora più grandi continuai nelle mie fantasie sessuali gay. Mi confessavo tutte le domeniche con un prete diverso e dicevo solo di essermi masturbato perché per me il peccato era quello. Dai preti ne sentivo di tutti i colori, sempre sul negativo, chiaramente, ma con molte gradazioni diverse di negatività.

Finite le medie, il mio destino era segnato, per l’intervento di don Luigi finii per la terza volta in una scuola religiosa, sempre di preti, come la scuola media, anche se di un altro ordine, non c’è bisogno di dire che fui mandato al classico, la cosa era scontata a priori. Classe mista con prevalenza femminile i ragazzi però erano una dozzina, quindi non pochissimi. Ovviamente erano miste anche le classi in cui ho frequentato le elementari e le medie, all’poca la cosa mi sembra abbastanza secondaria, ma entrando al ginnasio vedevo le cose in un altro modo, cioè avevo cominciato a guadare i ragazzi, chiaramente con la massima circospezione e con mille scrupoli di coscienza, ma avevo cominciato a guardarli. Sapevo che non avrei dovuto guardarli ma non riuscivo a non guardarli. A scuola c’era ben poco da fare, la sorveglianza era molto rigida e al massimo vedevi dei sorrisi tra un ragazzo e una ragazza e anche quello con molto senso del limite. In pratica ho vissuto di angoscia tutti gli anni del ginnasio-liceo, non per la scuola, dove non ero sicuramente il primo, con grande scorno di mia madre, ma per il sesso. I tentativi di reprimermi sono stati veramente assurdi tanto più perché entrato al ginnasio ho avuto dai miei genitori il mio primo computer e il mio primo accesso a internet con la precisazione che “questo si usa solo per la scuola e quando ci siamo noi”. Ma siccome alle parole non seguivano i fatti, io ho cominciato quasi subito ad andare in internet per cercare foto e video gay (che allora erano ancora pochi e brevissimi). Con internet la frequenza della masturbazione è aumentata esponenzialmente, dire una volta al giorno è poco. A questa mia vita sessuale privatissima corrispondevano le confessioni in cui avevo cominciato a dire al prete che avevo fantasie gay e proprio in confessione mi fu detto per la prima volta che per risolvere definitivamente questo problema e poter avere una vita normale si poteva ricorrere ad uno psicologo, perché ce ne sono di bravissimi che possono aiutare i ragazzi a “rimettersi in carreggiata”, avevo allora 16 anni. È così che ho preso la decisione più assurda della mia vita, come se fosse una scelta eroica di cui sentirmi orgoglioso: sarei andato da uno psicologo per uscire da questa storia di masturbazione e omosessualità, ma come fare? I miei lo avrebbero dovuto sapere. Pensai di dire ai miei genitori che non dormivo la notte, che mi sentivo molto agitato e che avrei voluto parlare con uno psicologo, per tutta risposta mi dissero che don Luigi era per l’appunto  uno psicologo e che avrei potuto parlare con lui. Al che il mio rifiuto fu categorico. Mia madre cercò di insistere, io mi feci convincere non a parlare con don Luigi ma a contattare uno “psicologo serio” indicato da lui. Io sapevo che c’è il segreto professionale e tendevo a fidarmi. Dopo qualche giorno vado al primo appuntamento con lo psicologo, avrà avuto tra i 35 e i 40 anni, tutto è molto rituale, lettino, taccuino, luce bassa, ecc. ecc., sono un po’ spaventato, gli parlo del mio problema: “masturbazione compulsiva e omosessualità, ecc. ecc.” Lui mi dice che si può fare molto ma che il mio impegno dovrà essere totale. Dopo le prime sedute mi fa compilare dei test e mi da un libro da leggere sulle terapie riparative dove ci sono delle storie terribili di omosessuali finiti male, porto a casa il libro e lo nascondo perché non voglio che i miei lo trovino, leggo il libro ma mi fa venire il voltastomaco, lo psicologo mi consiglia di farmi prescrivere degli ansiolitici dal mio dottore ma io non voglio prendere medicine, allora mi manda presso un gruppo religioso che si occupa di queste cose e mi dice che “operare su due fronti” avrebbe facilitato molto le cose. Il gruppo si vedeva la sera, andarci per me è una esperienza di una violenza autoinflitta terribile. Resisto solo alle prime due riunioni, poi dico alla psicologo che non ce la faccio più, lui cerca di insistere per farmi tornare nel gruppo religioso dicendo che è per il mio bene. Ma io non avevo nessuna intenzione di tornarci, allora mi propone una strada più graduale… Nel frattempo la scuola andava a rotoli e mi sono ritrovato con un debito in greco che ha fatto andare mia madre su tutte le furie.

Arrivo a compiere 17 anni che mi sento veramente distrutto, una nullità destinata al fallimento. Passo una notte intera a piangere, non ce la faccio proprio più, non ne voglio più sapere nemmeno di vivere, sono proprio al limite. Parlando con una mia compagna di scuola vengo a sapere che va da uno psicologo e che si trova bene. Dico a mia madre che voglio cambiare psicologo, lei mi vede proprio al limite e non fa obiezioni. Aspetto il giorno del primo appuntamento. L’ambiente è spartano, proprio ridotto ai minimi termini, lui è anziano, sulla sessantina, capelli bianchi, maglione. Mi dà la mano e mi dice di accomodarmi in poltrona e si siede su una poltrona di fronte a me, gli dico qual è il mio problema: “masturbazione compulsiva e omosessualità”, mi chiede: “masturbazione con che frequenza?” Io gli dico “Anche una volta al giorno” che a me sembrava moltissimo, lui sorride, apre le braccia e dice: “E con questo? Questa è la norma!” Io insisto: “Ma con fantasie omosessuali…” e mi risponde: “E allora? Se uno è gay è ovvio che pensi ai ragazzi e non alle ragazze, queste sono cose normali!” Io gli ho detto: “Non so più che fare, non ce la faccio più ad andare avanti, sono proprio al limite…” Poi mi ha fatto raccontare un po’ la mia vita e mi ha detto: “Cerchiamo di semplificare le cose, tu non devi fare le cose che ti dicono gli altri ma quelle che vuoi fare tu, non devi vivere male, perché se no dopo ti verranno mille rimpianti, sei un ragazzo giovanissimo, un ragazzo gay, e allora? Che problema c’è? L’assurdità, per un gay, è proprio forzarsi a desiderare di non essere più gay o peggio impegnarsi per non essere più gay! Devi cominciare a diventare autonomo, a fare quello che tu ritieni giusto, il problema sta proprio nel fatto che ti sei fatto troppi problemi di cose che non ti riguardano, delle cose che gli altri vogliono da te, ma tu devi fare solo quello che vuoi tu. I problemi li avrai perché la tua famiglia non accetterà facilmente che tu faccia quello che vuoi, ma la tua autonomia te la devi guadagnare giorno dopo giorno.”

Quando sono tornato a casa mi sentivo libero, la sensazione era stranissima ma sapevo bene che le cose che mi aveva detto questo psicologo erano in fondo quelle che non avevo il coraggio di dire a me stesso. Non è stato facile realizzare un’autonomia vera perché effettivamente i miei hanno fatto di tutto per mettermi in difficoltà, e qui lo psicologo è stato veramente utilissimo. Adesso ho un ragazzo da due anni e gli voglio profondamente bene, anche lui mi ha aiutato tantissimo, ha avuto con me una pazienza enorme. Adesso viviamo insieme! Un giorno eravamo in strada e io gli ho detto: “Prendimi per mano!” Lui mi ha guardato con aria interrogativa e ho aggiunto: “C’è don Luigi!” E allora mi ha abbracciato e mi ha baciato in mezzo alla strada, ecco perché gli voglio bene!

CHIESA E GAY IN NIGERIA

Il 19 Mazo 2014, su questo stesso blog, pubblicai un articolo intitolato “Chiesa e gay da Lucca alla Nigeria”, in cui riferivo dell’atteggiamento assunto nei confronti dei gay da mons. Castellani, arcivescovo di Lucca e di quello molto diverso assunto dall’episcopato nigeriano che, dopo la firma a promulgazione della legge anti-gay da parte del presidente nigeriano Goodluck Jonathan, ha espresso il suo pubblico apprezzamento.

In una lettera al presidente della Nigeria a nome di tutti i vescovi e fedeli, il presidente della conferenza episcopale della Nigeria, l’arcivescovo di Jos, Ignatius Kaigama ha definito la nuova legge “una coraggiosa e chiara indicazione della capacità del nostro grande paese di ergersi a protezione dei più alti valori delle culture nigeriane ed africane circa l’istituto del matrimonio e la dignità della persona umana, senza cedere alle pressioni internazionali volte a promuovere pratiche immorali di unioni omosessuali e di altri vizi correlati”. Assicurando al presidente Jonathan il sostegno dei vescovi, l’arcivescovo Kaigama così proseguiva: “La ringraziamo per questa coraggiosa e saggia decisione e preghiamo che Dio continui a benedire, a guidare e a proteggere lei e la sua amministrazione contro la cospirazione del mondo sviluppato per fare del nostro paese e continente una discarica per la promozione di tutte le pratiche immorali, che devastano il progetto di Dio per l’uomo”. Va chiarito che la “coraggiosa e saggia decisione” del presidente della Nigeria, criminalizza l’omosessualità e prevede per i gay fino a 14 anni di carcere. Le legge che l’arcivescovo Kaigama considera “coraggiosa e saggia” è stata definita da Emma Bonino, allora ministro degli esteri italiano “un gravissimo attacco a principi cardine di ogni società civile, quali quello di tolleranza e di non discriminazione, sanciti da tutti i principali accordi internazionali di tutela e promozione dei diritti umani, tra i quali la Carta Africana dei Diritti dell’Uomo e dei Popoli del 1981, di cui la Nigeria è firmataria”.

Tanto premesso, rilevo che il 21 marzo 2014, il sito di Radio vaticana ha riportato un articolo intitolato “Nigeria: il presidente dell’episcopato respinge le accuse di omofobia rivolte ai vescovi” (http://it.radiovaticana.va/news/2014/03/21/nigeria:_il_presidente_dellepiscopato_respinge_le_accuse_di_omofobia/it1-783340) contenete delle dichiarazioni dell’arcivescovo Kaigama intese, a dispetto del titolo dell’articolo, non a respingere le accuse di omofobia ma a ribadire che “La posizione della Chiesa cattolica in Nigeria sulle unioni omosessuali e altri vizi morali è perfettamente in linea con quella della Chiesa universale e con i suoi insegnamenti sociali”. Kaigama afferma che “Quando la Conferenza episcopale ha inviato quella lettera, lo ha fatto per difendere i valori morali contenuti nella Bibbia e appartenenti alla tradizione del popolo nigeriano”.
Parlando degli omosessuali, l’unica affermazione di Kaigama, citata da Radio vaticana, che sembra ammorbidire le posizioni è la seguente: “Verso di loro avremo sempre la compassione di Cristo e difenderemo i loro diritti, come abbiamo sempre fatto per le persone discriminate”. Evidentemente l’arcivescovo Kaigama e la conferenza episcopale nigeriana ritengono che la compassione di Cristo e la difesa dei diritti delle persone discriminate si debba tradurre nel definire l’omosessualità un “vizio morale” in radicale contrasto con quanto affermato ripetutamente dalla Organizzazione mondiale della sanità (http://www.paho.org/hq/index.php?option=com_docman&task=doc_view&gid=17703&Itemid), e, ancora meglio, inviando una lettera di pubblico plauso al presidente della repubblica che ha appena promulgato una legge che criminalizza quelle “persone discriminate” e prevede per loro fino a 14 anni di carcere. Se questa, come ritiene mons. Kaigama, è la compassione di Cristo di cui parla la chiesa, Dio ce ne scampi e liberi!

Si stima che in Nigeria ci siano 3.4 milioni di persone affette da HIV, queste persone saranno indotte a non presentarsi alle strutture mediche per evitare di essere identificate come omosessuali.

Al Jazeera ha pubblicato il 6 marzo 2014 una notizia che riporto sommariamente qui di seguito.

(http://www.aljazeera.com/news/africa/2014/03/nigerian-court-whips-4-men-accused-gay-sex-201436143555638773.html).

Secondo quando riferiscono gli attivisti dei diritti umani, quattro giovani uomini sono stati ritenuti colpevoli di sesso gay da un tribunale islamico nel nord della Nigeria e sono stati frustati pubblicamente (15 frustate). Sembrerebbe quasi una piccola cosa ma non finisce qui, perché i quattro sono stati condannati anche a pagare  una multa di 129$, una somma enorme con i parametri locali, se non pagheranno dovranno scontare un anno di prigione. Dorothy Aken’Ova, intervenuta per la Rete per la difesa dei diritti sessuali, da detto che i quattro, tutti tra i 20 e i 22 anni, potrebbero essere stati costretti a confessare con le percosse e ha aggiunto che sono stati costretti a prostrarsi sul pavimento del tribunale per essere frustati. Le famiglie dei quattro condannati avevano rifiutato ogni forma di difesa legale che era stata loro offerta ed erano terrorizzate dall’idea di poter essere associate all’idea della omosessualità, che molti nigeriani religiosi considerano un male importato dall’occidente.

Nella città di Bauchi, capitale dello stato omonimo, i processi per omosessualità erano stati rinviati a partire dal mese di gennaio, quando una folla inferocita aveva tentato di lapidare gli imputati subito fuori del tribunale e pretendeva che il giudice pronunciasse immediatamente una sentenza di morte. Gli agenti di polizia avevano dovuto sparare in aria per disperdere la folla e salvare gli imputati dal linciaggio. Nel nord della Nigeria la legge islamica, per gli atti omosessuali prevede la lapidazione o l’iniezione letale anche se questa norma non è mai stata applicata.

Secondo Aken’Ova, il giudice ha dichiarato di avere applicato condanne molto miti perché i quattro hanno affermato che i fatti si riferivano al passato e che essi avevano ormai cambiato da un pezzo i loro comportamenti. I quattro di cui si parla fanno parte delle diverse dozzine di persone che sono state catturate nell’ondata di arresti che ha fatto seguito alla promulgazione della Legge ant-gay in Nigera, quella che l’arcivescovo Kaigama considera una legge “coraggiosa e saggia”. Chi ha orecchio per intendere intenda.

PRETI E GAY

Ho avuto piena consapevolezza di essere gay fin dall’inizio dell’adolescenza ma per diversi anni ho vissuto il mio essere gay con sensi di colpa, come se si trattasse di un vizio. Abito in paesetto, o meglio in una frazione di un paesetto del Veneto, in gran parte spopolato, in cui è anche difficile arrivare. I miei sono di origine contadina. I miei nonni, spaccandosi la schiena in campagna, quando in Veneto si faceva la fame, sono riusciti a comprare un pezzo di terra e vivevano di quello, poi è venuto il boom dell’industria e i miei genitori sono andati a lavorare in fabbrica mente i nonni continuavano a coltivare la terra, adesso qui sta tornando la fame e per fortuna che c’è il pezzo di terra dei nonni, altrimenti si vivrebbe proprio male. Mio padre ha quasi 60 anni, mia madre un po’ meno, sono genitori anziani per me che ne ho 22. Ci vogliamo bene ma è meglio che con loro non mi metta in mente di fare coming out, in queste cose sono proprio all’età della pietra. Fino all’anno scorso, quando non lavoravano stavano in chiesa a sentire il parroco vecchio che diceva dei gay delle cose mostruose ed era pure convinto che fossero la sacrosanta verità e appresso al parroco anche i miei genitori ne erano convinti. L’anno scorso il vecchio parroco è morto improvvisamente e ne hanno mandato uno nuovo, giovane (lo chiamerò don Aldo, ma non si chiama così), che credo non abbia ancora 30 anni, ed è pure un bel ragazzo. Io non sapresi nemmeno se dirmi religioso o meno, però certi atteggiamenti della chiesa non li ho mai capiti, parlo di quelli sulla omosessualità, ho letto le cose che dice il catechismo e sono rimasto basito anche perché, in piena coscienza a me sembra solo un altro modo di amare e non riesco a capire come non possano o non vogliano rendersene conto. Con questo papa nuovo (Francesco) sembra che qualcosa stia cambiando, ho l’impressione che capisca molto di più i problemi veri delle persone, però non mi voglio illudere, comunque il papa, per me, è troppo lontano, mentre il nuovo parroco c’è realmente. L’ho conosciuto di persona e ho avuto la strana ma netta sensazione che tra noi ci sia stato un gioco di sguardi che con la religione ha poco a che fare. Abbiamo scambiato pochissime parole e pure molto formali, poi ci siamo salutati e ho notato che non mi guardava negli occhi ed era un po’ impacciato.

La prima domenica del nuovo parroco i miei vanno alla messa, io in genere non ci vado, ma questa volta mi decido e vado coi miei. Chiesa piccola. Siamo in tutto una cinquantina di persone arriva il momento della predica e sono molto curioso di sentire quello che il parroco dirà. Potrà sembrare strano, ma il parroco usava un modo di fare molto simile a quello di papa Francesco e diceva anche cose che avevo sentito dire proprio dal papa, in pratica ha parlato del lavoro e della disoccupazione e del dovere della solidarietà cristiana insistendo sul concetto di dare alla fede un significato concreto dandosi da fare per il prossimo. Rispetto ai miei standard era una predica molto anomala ma mi ha fatto una buona impressione. Mio padre e mia madre invece hanno ritenuto che il parroco facesse più un discorso da sindacalista che da prete. Fin qui la prima parte della storia .

I miei genitori e i due nonni che mi sono rimasti, che vivono con noi, tengono moltissimo a me e lo vedo in tutto quello che fanno. Sono figlio unico e sono stato sempre trattato con il massimo riguardo, voglio dire che nella mia famiglia, sia i genitori che i nonni, rinunciavano a qualunque cosa purché io avessi tutto quello che poteva essere utile per il mio futuro. Dopo che ho fatto la maturità, in pratica, hanno lavorato il doppio, ognuno come poteva, per mantenermi agli studi, i miei genitori facevano qualche lavoro extra e mia nonna mi faceva trovare la camicia stirata e le scarpe lucide tutte le mattine quando dovevo andare a lezione all’università. Nonno si alzava alle cinque per prepararmi la colazione in modo che io non perdessi tempo. Lo devo dire: mi sono sentito molto amato in famiglia, ma c’era un problema di fondo, io avevo la certezza che i miei non avrebbero mai accettato che io fossi omosessuale. Che potevo fare? Dare a loro una tremenda mazzata in testa dicendo loro che ero gay, mazzata che avrebbero vissuto malissimo e per la quale si sarebbero sentiti in colpa, pensando che magari la cosa dipendesse da loro, oppure tenere tutto per me e evitare del tutto l’argomento con loro? Ho scelto la seconda strada, che mi sembrava in pratica l’unica non distruttiva dei miei rapporti familiari. Voglio chiarire che non penso che se sapessero che sono gay mi caccerebbero di casa o non mi sosterrebbero più agli studi, questo non lo farebbero mai, però tra noi scenderebbe il velo di una incomprensione sostanziale.

Frequento l’università a Padova, a più di 50 km da casa mia, parto la mattina alle 5.30 e rientro la sera verso le 20.00. Quando sono entrato all’università mi si è aperto un mondo e ho cominciato a capire cose che non avevo mai capito. Mi piace studiare e il fatto di essere fuori sede, per me è stato quasi un vantaggio, è vero che faccio molte ore di strada ogni giorno, però durante il viaggio studio o, se sono stanco, dormo, in pratica del viaggio non mi accorgo più, tanto la cosa è diventata automatica e poi il fatto di stare l’intera giornata all’università oltre ad obbligarmi a studiare mi offre anche l’opportunità di conoscere tanti ragazzi, sia miei colleghi di corso che di altri corsi. Un ragazzo gay che arriva per la prima volta in una grande città (Padova forse non è una grande città ma per me lo è certamente) si porta comunque un sogno nascosto in fondo al cuore, il sogno di incontrare un altro ragazzo gay e di vivere con lui una bellissima storia d’amore e io il ragazzo gay di cui mi sono innamorato e che adesso sta con me, a Padova, l’ho trovato veramente. Magari ti racconterò un’altra volta come è successo, perché il centro di questa mail è un altro. Il mio ragazzo lo chiamerò qui Antonio, perché è di Padova, anche se non si chiama così. Sono due anni e mezzo che stiamo insieme, ho conosciuto i suoi genitori che sanno di noi e che mi trattano benissimo, mi rendo conto che è una situazione molto eccezionale ma è proprio così. Qualche volta, alla vigilia degli esami, non torno a casa ma resto a casa di Antonio a studiare e dormo a casa sua, nella sua stanza. Quando siamo all’università, ufficialmente, noi siamo solo due compagni di corso ma realmente siamo una coppia molto affiatata e, diciamo, può anche capitare che ci scambiamo qualche tenerezza (un abbraccio o un bacetto leggero) quando siamo in strada o al parco degli alpini.

Un giorno che avevamo finito le lezioni del mattino piuttosto presto e dovevamo aspettare le 16.00 per la prima lezione del pomeriggio siamo andati proprio al parco degli alpini. Ci siamo stesi sul prato, al sole (ci sono dei prati bellissimi) e lì senza farci troppo caso abbiamo cominciato a coccolarci un po’, proprio cose minime, però erano coccole affettuose che, diciamo, non erano cose che si scambiamo due che sono solo amici. Insomma, proprio mentre ci stavamo scambiando un po’ di tenerezze, mi vedo don Aldo che viene verso di noi, è vestito con abiti civili, in pratica stava solo seguendo la strada ma la strada si avvicinava parecchio a dove stavamo noi. Mi riconosce, mi saluta con la mano e tira dritto. Dico subito ad Antonio che è passato il mio parroco e ci ha visto, lui si tira un po’ su e mi dice: “Ma è quello?” Gli dico: “Sì!” e lui mi dice: “Ma è un prete?”

Mi sentivo molto agitato, don Aldo mi aveva visto scambiarmi coccole con un ragazzo e, dato lo strano gioco di sguardi che c’era stato tra me e il parroco il primo giorno, in pratica, davo per scontato che avesse capito perfettamente di che cosa si trattava, temevo che potesse riferire la cosa ai miei e che potesse crearmi una marea di problemi. Già avere incontrato don Aldo mi aveva scombussolato non poco ma non è finita qui. Quando la sera ho preso l’autobus per tornare a casa me lo sono ritrovato davanti ed è venuto a sedersi visino a me. Lui ha cominciato a parlare dandomi del tu e gli ho risposto dandogli del lei e chiamandolo don Aldo, ma ha voluto che gli dessi del tu. Non ha minimamente accennato a quello che aveva visto e anche io ho sorvolato del tutto, mi ha chiesto di raccontargli un po’ la storia del paese e mi ha pure parlato di sé, naturalmente tenendosi molto sulle generali.

Dopo qualche giorno mi ha chiamato ad telefono, presentandosi semplicemente con un: “Sono Aldo”, poi mi ha detto che avrebbe voluto parlarmi, io gli ho detto di sì e sci siamo dati appuntamento in canonica verso le nove. Non sapevo che cosa potevo aspettarmi da lui, ma ormai dal fatto del Parco degli Alpini erano passati alcuni giorni e lui ai miei non aveva detto assolutamente nulla, pensavo che volesse prendere il discorso con me e la cosa mi dava fastidio. Alle nove in punto suono alla canonica, mi viene ad aprire, mi fa salire in un salottino molto spartano e poi mi dice: “Ti vorrei chiedere un favore, c’è una signora anziana del paese che non ha nessuno e che deve andare a Padova perché deve fare un day hospital dalla mattina alla sera e non sa come fare… insomma tu hai la macchina e so che vai a Padova tutti i giorni per l’università, se ci vai anche giovedì prossimo e se potessimo andare insieme con quella signora, io l’accompagnerei in ospedale e poi potremmo tornare insieme, che ne pensi?” Io gli ho detto: “Io vado a Padova con l’autobus però ok, nessun problema, ci si può andare una volta in macchina.” Aldo mi ha risposto: “La benzina la pago io,” Io gli ho detto: “No, assolutamente! Andiamo certamente e tu non paghi nulla!” Mi ha detto solo “Ok! Ci sentiamo per l’orario esatto!” e mi ha stretto la mano fortissimo, sorridendo mentre mi guardava negli occhi e lì, per la seconda volta, ho provato una sensazione analoga a quella del nostro primo incontro. A casa ho spiegato ai miei che il giovedì successivo sarei andato col parroco per portare quella signora al day hospital e i miei non hanno fatto una grinza, come d’altra parte ero certo che succedesse. La sera parlo con Antonio su skype e gli racconto tutta la situazione, lui mice solo: “E simpatico don Aldo! Un po’ strano come prete, ma mi piace!”

Il giovedì, alle 6.30, io, Aldo e la signora anziana partiamo alle 6.30. Aldo questa volta è vestito di nero e col collettino e la spilletta con la croce. In macchina si fa prima che con l’autobus, arriviamo dalle parti del policlinico piuttosto presto e andiamo a fare colazione insieme in un bar dove vanno spesso gli studenti universitari. Ci sediamo al tavolino e parliamo con la signora. Una ragazza, mia collega di corso, mi riconosce e mi saluta, io le presento Aldo, dicendo. “il mio parroco” e la signora. Poi accompagno Aldo e la signora all’ospedale. Sono rimasto molto colpito dalle reazioni della signora anziana, che si è sentita trattata come una regina, ci diceva tante cose bellissime, insomma mi ha commosso proprio.

A lezione incontro Antonio che mi chiede: “A che ora hai l’appuntamento per tornare in paese?” Gli dico “Alle 19.30”, mi risponde: “Vengo anche io?” Gli dico: “Certo! … così mi dai un parere!” e gli scarmiglio i capelli. Alle 19.30, io e Antonio siamo insieme all’appuntamento. Aldo è già lì, le signora aspetta nell’androne dell’ospedale perché fa un po’ fresco, facciamo le presentazioni, io, istintivamente dico ad Aldo: “Lui è Antonio, il mio ragazzo!” e Aldo non fa una piega, gli stringe la mano e si vede che è contendo, poi supera il momento di imbarazzo e entra nell’androne dell’ospedale per fare venire la signora. Saliamo in macchina, Antonio ci saluta e partiamo. Per tutto il viaggio chiediamo alla signora come si è trovata col day hospital e che trattamento ha fatto, che cosa le hanno detto i dottori e tante altre cose del genere. La signora si sente assistita e si commuove, certi momenti sono proprio bellissimi. Al paese riportiamo la signora a casa e Aldo si ritira subito in canonica, io ovviamente l’ho lasciato andare, chissà che cosa aveva per la mente.

Ecco la storia è a questo punto. Non tiro nessuna conclusione, certo Aldo ha avuto di noi il massimo rispetto, penso che non saprò mai quale ne sia il vero perché ma il rispetto c’è stato e allora mi sono chiesto: “Chi sono io per giudicare un prete che cerca sinceramente la sua strada?!”