DIARIO DI UN VECCHIO GAY – 8 OTTOBRE 2016

 

È proprio il carattere strettamente personale di questo blog che mi spinge ad inserire qui pensieri e riflessioni che non mi azzardo più a postare sul forum. Non desidero suscitare una discussione ma semplicemente raccogliere una documentazione sulla vecchiaia di un gay, in pratica sul mio declino che avverto ormai arrivato. È chiaro che queste cose interesseranno, forse, una minima parte dei fruitori del web, cioè essenzialmente quelli che si trovano più o meno allo stesso punto della strada in cui mi trovo anche io, per gli altri sarà probabilmente un bla bla privo di senso concreto (cioè di un senso personale), interessante al massimo come il comportamento delle scimmie allo zoo.

Oggi ricomincio a scrivere qui, segno che la vecchiaia ricomincia a farsi sentire. Ieri, nel controllo periodico del sito delle interviste e dei test di Progetto Gay, ho inserito a pubblica lettura l’intervista n. 229 (nella pagina http://progettogaysito.altervista.org/tn2/ colonna di sinistra, basta scrivere 229 nel primo riquadro e cliccare “leggi”). Si tratta dell’intervista di un 66enne, in sostanza di un mio coetaneo che, rispondendo, racconta un po’ la sua situazione. Nel leggere l’intervista, serissima, ho avuto l’impressione di ritrovarmi in quelle parole, di vedere che, alla fine, non sono confinato in un universo separato ma che le persone che vivono e hanno vissuto più o meno come vivo io ci sono, anche se , certo si vedono poco.

La categoria fondamentale di quell’intervista è la serenità, non la felicità, che è un sogno che appartiene alla giovinezza, ma la ricerca della serenità, che è il vero obiettivo della vecchiaia, per un vecchio gay è condizionata dalla solitudine o meglio da un tipo particolare di solitudine, per un verso nei confronti delle persone che hanno famiglia e hanno quindi stili di vita del tutto diversi, e per l’altro nei confronti degli altri gay che, ovviamente, hanno altre prospettive e faticano a comprendere la mentalità di chi non è della loro generazione, ammesso che sprechino il loro tempo per cercare di capire.

Oggi, per i giovani c’è internet, l’internet degli incontri, anche per i vecchi ci può essere internet, l’internet delle riflessioni, delle letture calme, l’internet che dirada un po’ le nebbie della solitudine e, in questo modo frena, per quanto possibile, lo scivolare veloce della vecchiaia, ma anche l’internet che serve a fare in modo che un patrimonio di esperienze elaborato nel corso di una vita non vada disperso, un patrimonio della memoria che può essere in qualche modo comunicato e trasmesso. Certo il fluire del tempo cambia i costumi e ancora più le tecnologie ma la base umana, lo zoccolo duro dei sentimenti, dei desideri e delle paure resta sempre quello ed è la vera base del dialogo tra le generazioni.

Osservavo  ieri una collezione di foto di volti della fine dell’800, il contesto era dell’800 ma i volti erano identici ai volti di oggi. Quelle persone non esistono più da oltre un secolo, eppure, vedere i loro volti ci permette di avere ancora un dialogo con loro. Sto traducendo “Uranismo e Unisessualità” di Raffalovich, il libro è stato pubblicato nel 1896, ma leggendolo con attenzione ne emerge il ritratto di un uomo che potrebbe benissimo essere un uomo di oggi. Andare oltre la propria generazione è possibile, ma è possibile solo se si dice la verità, solo se si è se stessi e non si ha paura di essere giudicati. Ovviamene anche Raffalovich aveva il suo privato, che non confidava a nessuno, ma si batteva per la sua visione del mondo e dell’omosessualità, sosteneva le sue idee e i suoi principi.

Vengo ora ad una riflessione che mi torna spesso alla mente: il gay vecchio, nella sua solitudine spreca nel vuoto di attese lunghissime un tempo che potrebbe essere ancora operoso, si ritira, si chiude in sé, potrebbe agire e non agisce, potrebbe dire e non dice. I vecchi non tendono ad aumentare le loro relazioni interpersonali, ma a limitarle, a cristallizzarle, tendono a limitare il cambiamento, a ripetere, a schematizzare, a non mettere a rischio nemmeno le loro categorie mentali. Quando mi trovo in pubblico e sento ragionamenti che non mi piacciono proprio, adesso, la mia reazione automatica non è il rispondere ma il lasciar dire e tirare avanti per la mia strada, un po’ nella convinzione che discutere non serve a nulla. Qualche giorno fa mi sono trovato a discutere di politica con un ragazzo giovane, chiarisco: quel ragazzo voleva smuovermi da certe mie convinzioni attraverso un ragionamento che, a suo dire, era strettamente logico. Ho provato a dire la mia, mi sono reso conto che non c’era un tentativo di dialogo ma solo di colonizzazione e che la sua pretesa di superiorità culturale non poteva essere scalfita, allora ho cambiato discorso, come se il discorso precedente non mi interessasse affatto, e apparendo anche più svitato di quello che sono, e l’ho salutato. In situazioni come queste sono contento di non essere giovane e di avere superato la fase dell’entusiasmo.

Beh, per oggi basta.

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