VECCHIAIA GAY E SOLITUDINE. domenica 23/10/2016

Domenica, un giorno simbolo del vuoto. Non c’è nessuno. Ciascuno limita gli impegni della domenica agli  interessi più stretti, alla famiglia, agli svaghi; domina quello che conta veramente, tutto il resto è nulla. Gay significa essenzialmente solitudine? Questa idea mi accompagna da molti anni, insieme all’idea che significhi anche fragilità, alla quale si può far fronte almeno per un po’ con la forza della volontà. Penso alla vecchiaia estrema, all’idea di essere gestiti da altri. Succede anche nelle famiglie e lì il senso della disillusione può essere più cocente. Per un gay non c’è nemmeno l’illusione. Finché il corpo regge il problema si pone solo in prospettiva, quando il corpo cede, nella misura in cui cede, il problema diventa reale, ma finché la mente non cede ci si illude che almeno una parte di noi continui a valere qualcosa, ma anche quando la mente ancora regge si avverte lo stacco progressivo dal mondo e dagli affetti, si avverte che ormai la vita è di altri e che volere bene a qualcuno significa capire che la sua vita è un’altra e deve essere vissuta senza vincoli di nessun genere. A ciascuno il suo tempo. Tentare di realizzarsi è lo scopo stesso della vita. Mi chiedo tante volte se esista veramente una coppia gay analoga alla coppia etero e concludo che tutte le coppie sono simili, che tutte sono fragili e sono una barriera contro la solitudine che rischia di diventare una catena, e non per i tradimenti o per cose simili, ma solo per la sete di libertà che porta le persone altrove, per la loro strada. E allora che fa un vecchio gay? Scrive, lavora, si illude di poter lasciare qualcosa. Ho letto le opere di Addignton Symonds e quelle di Raffalovich, sono morti ormai da tanti anni eppure qualcosa hanno lasciato, non è un desiderio di eternità ma è il desiderio di lasciare un’eredità, qualcosa che possa servire a qualcuno. È in fondo un modo un po’ intellettualistico e costruito per passare una domenica, ma è un modo reale. Bisogna solo comprendere che il denaro è un’eredità che interessa chiunque, gli scritti e il lavoro di una vita possono interessare pochissime persone, ammesso che accada. Guardare lontano non fa che confondere, i piedi debbono essere ben piantati per terra. Anche lasciare un’eredità è una scommessa contro il tempo. Torno al mio lavoro. Un altro giorno sta passando.

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GAY COME CATEGORIA DEBOLE E PLURALISMO GAY

Quando si dice “i gay” si individua una categoria sulla base di una caratteristica specifica, si individua un sottoinsieme dell’umanità identificando un elemento comune, ma si tratta di caratteristiche che non individuano realmente un criterio di coesione, in altri termini ”i gay” non hanno un sentire comune e non hanno nemmeno esigenze comuni, gli elementi che li dividono (denaro, età, rango sociale, livello culturale) sono spesso molto più importanti di quelli che li uniscono, è proprio questa mancanza di interessi comuni e di una comune visione del mondo li rende una categoria debole, poco coesa, significativamente conflittuale al suo interno. Giudizi e pregiudizi reciproci tra gay appartenenti a sottoinsiemi coesi non dalla sola omosessualità ma da una comune visione del mondo, rendono difficile se non impossibile il dialogo, o lo permettono ma solo a livello formale. La distinzione tra dichiarati e non dichiarati, per esempio, e chiaramente divisiva e le resistenze reciproche sono forti proprio perché si tratta di diverse visioni del mondo. I dichiarati si considerano la parte evoluta e trainante di un “movimento” che non può non avere una dimensione politica e stimano i non dichiarati paurosi, incapaci di lottare per i loro valori, con un’espressione sintetica ma significativa, lI considerano “senza palle”. I non dichiarati pensano che i dichiarati siano narcisisti che hanno bisogno di una visibilità per sentirsi protagonisti e che devono individuare un nemico contro cui lottare per sentirsi inseriti in un gruppo. Se a queste divisioni interne, intrinsecamente legate all’omosessualità, se ne aggiungono altre legate alla disponibilità di denaro e all’ambiente sociale, ci si rende conto che intendere la realtà gay in modo unitario e pensare che i gay possono parlare con una voce sola significa non guardare in faccia alla realtà. Se poi si va più a fondo si capisce che anche la caratteristica che unifica il gruppo, cioè l’omosessualità, è in realtà molto problematica. Da quello che vedo ogni giorno posso solo dedurre che i modi di vivere l’omosessualità sono praticamente infiniti e che molti sono tra loro incompatibili, proprio perché sono determinati, nella sostanza, da quegli stessi fattori sociali, economici e culturali che dividono i gay al loro interno. Sembra che si possa concludere affermando la polverizzazione dell’omosessualità. Esistono certamente nel mondo gay momenti di aggregazione ma non sono derivati dall’omosessualità ma da istanze di carattere politico-sociale in cui si inserisce anche l’omosessualità. In questo senso i gay possono trovarsi mentalmente e spiritualmente molto più vicini a quelli che non sono gay, più che a gay con modi di vedere inconciliabili.

Riflessioni di un vecchio gay 20/10/2016

Il distacco tra le generazioni lo sento quando mi accorgo di vedere come uno spettatore discussioni che in altri tempi mi avrebbero affascinato, almeno avrei voluto provare a dire la mia, ma oggi non è più così, sono cose che non mi appartengono più. Un gay vecchio vede svanire l’identità gay e si identifica progressivamente solo nell’identità del vecchio. Il resto esiste come in una scatola di ricordi. Bisogna abituarsi al distacco. Non sento neppure il distacco, che è così graduale e progressivo che si avverte a stento quando ormai è incolmabile e lo si accetta come cosa ineluttabile. L’esperienza è la migliore maestra ed insegna che il distacco è la regola della vita, e che accettare la solitudine non è neppure un peso ma solo un obbligo per consentire ad altri la libertà, per lasciare loro un tempo sereno in cui sbagliare prima delle malinconie, prima dei rimpianti. Certe mancanze lasciano proprio il senso del vuoto. Vedo tanti giovani gay che discutono, che hanno i loro progetti, che hanno capito il mondo dal loro punto di vista, hanno voglia di discutere, di confrontarsi. Sono stanco so che ci si potrà capire solo in teoria, solo nella misura in cui si capirà che capirsi veramente è impossibile. Mi rendo conto che mi considerano un sopravvissuto, uno che non capisce che il tempo passa e tutto cambia, uno che pensa che la privacy sia un valore mentre è solo un vincolo inutile, uno che va diffondendo la paura e parla di una cosa stupida come la prudenza, uno che mistifica cose false, che vive di preconcetti, che non capisce il mondo di oggi. Ovviamente anche tra i gay esistono le generazioni e se c’è chi cresce ci deve essere anche chi tramonta, chi ha perso il gusto di affermarsi, Ci sono persone che parlano con me sono quando sono depresse, perché allora la distanza diminuisce. Bisogna abituarsi alla solitudine, bisogna tesaurizzare i ricordi, conservarli come valori, anche se forse sono un valore solo per me. Il rischio è che la vita intera sia una serie interminabile di fraintendimenti per i quali si vive solo delle proprie interpretazioni. Eppure non è stato solo un immenso nulla, ci sono state le preoccupazioni che già sono forme di affetto i di paura per sé e per gli altri. Non tutto passerà fulmineamente, il mondo dei ricordi mi salverà almeno per un po’.

GAY E POLEMICHE

Mi è capitato in questi giorni di sentirmi in difficoltà perché, nella gestione di un forum gay, mi sono trovato di fronte atteggiamenti che non immaginavo, in pratica forme di aggressività che a me sembravano del tutto immotivate. Ovviamente le generalizzazioni sono pericolose e io mi riferisco a casi singoli, ma reali. In buona sostanza ci sono dei gay che tendono al pensiero unico, alla difesa corporativa, sempre e comunque, e non si rendono conto che altre persone possono avere avuto esperienze diversissime dalle loro e possono ragionare in modo completamente diverso. È come se scattasse un meccanismo automatico di liberazione dell’aggressività nei confronti di chi la pensa in un altro modo, gay contro gay, e ciò che stupisce è la volontà di tacitare l’altro accusandolo proprio di aggressività. Una discussione produttiva dovrebbe vedere una contrapposizione di argomenti, non di persone, e dovrebbe essere condotta “cercando di capire” il punto di vista e le esperienze dell’altro, ma qualche volta intervengono meccanismi automatici di difesa che scatenano l’aggressività. Personalmente mi sento laicissimo, ma non capisco perché un gay che usa la parola spiritualità e parla della promiscuità sessuale di certi ambienti gay debba essere tacciato di essere una specie di propagandista occulto di una dottrina retrograda (il cattolicesimo). Tutti i gay dovrebbero odiare la chiesa? Ci sono moltissimi gay cattolici, io non sono uno di loro, che fanno di tutto per conciliare omosessualità e cattolicesimo, ma francamente, pur non condividendo il loro punto di vista, lo ritengo assolutamente legittimo, ci mancherebbe altro! Io stesso ho scritto più volte sugli atteggiamenti omofobi della chiesa, sulle terapie riparative, ecc. ecc., ma ho anche ottimi ricordi di discussioni “serie” con ecclesiastici in tema di omosessualità e con alcune di queste persone mantengo rapporti di amicizia, anche se, lo ribadisco, mi sento laico al 100%. Sono gay, ma francamente non credo che esista una ideologia gay, non credo che esista e che debba o possa esistere una uniformità di pensiero legata al fatto di essere gay. Ma mi è capitato di essere stato considerato una specie di apostata perché, a detta di qualcuno, avrei difeso le posizioni omofobe della chiesa… io? Beh, chi lo dice non mi conosce affatto, ma va sottolineato che (mi scuso della citazione della buon’anima del cardinale Martini) non si tratta di gay e non gay, ma di pensanti e non pensanti, se l’essere gay diventa un principio di assimilazione e di conformismo ad una specie di “dottrina gay”, allora bisogna correggere il tiro e ricordarsi che le porte vanno lasciate aperte a tutti, non perché si convertano ad un credo particolare ma perché il valore sta nel dialogo in sé.

DIARIO DI UN VECCHIO GAY – 8 OTTOBRE 2016

 

È proprio il carattere strettamente personale di questo blog che mi spinge ad inserire qui pensieri e riflessioni che non mi azzardo più a postare sul forum. Non desidero suscitare una discussione ma semplicemente raccogliere una documentazione sulla vecchiaia di un gay, in pratica sul mio declino che avverto ormai arrivato. È chiaro che queste cose interesseranno, forse, una minima parte dei fruitori del web, cioè essenzialmente quelli che si trovano più o meno allo stesso punto della strada in cui mi trovo anche io, per gli altri sarà probabilmente un bla bla privo di senso concreto (cioè di un senso personale), interessante al massimo come il comportamento delle scimmie allo zoo.

Oggi ricomincio a scrivere qui, segno che la vecchiaia ricomincia a farsi sentire. Ieri, nel controllo periodico del sito delle interviste e dei test di Progetto Gay, ho inserito a pubblica lettura l’intervista n. 229 (nella pagina http://progettogaysito.altervista.org/tn2/ colonna di sinistra, basta scrivere 229 nel primo riquadro e cliccare “leggi”). Si tratta dell’intervista di un 66enne, in sostanza di un mio coetaneo che, rispondendo, racconta un po’ la sua situazione. Nel leggere l’intervista, serissima, ho avuto l’impressione di ritrovarmi in quelle parole, di vedere che, alla fine, non sono confinato in un universo separato ma che le persone che vivono e hanno vissuto più o meno come vivo io ci sono, anche se , certo si vedono poco.

La categoria fondamentale di quell’intervista è la serenità, non la felicità, che è un sogno che appartiene alla giovinezza, ma la ricerca della serenità, che è il vero obiettivo della vecchiaia, per un vecchio gay è condizionata dalla solitudine o meglio da un tipo particolare di solitudine, per un verso nei confronti delle persone che hanno famiglia e hanno quindi stili di vita del tutto diversi, e per l’altro nei confronti degli altri gay che, ovviamente, hanno altre prospettive e faticano a comprendere la mentalità di chi non è della loro generazione, ammesso che sprechino il loro tempo per cercare di capire.

Oggi, per i giovani c’è internet, l’internet degli incontri, anche per i vecchi ci può essere internet, l’internet delle riflessioni, delle letture calme, l’internet che dirada un po’ le nebbie della solitudine e, in questo modo frena, per quanto possibile, lo scivolare veloce della vecchiaia, ma anche l’internet che serve a fare in modo che un patrimonio di esperienze elaborato nel corso di una vita non vada disperso, un patrimonio della memoria che può essere in qualche modo comunicato e trasmesso. Certo il fluire del tempo cambia i costumi e ancora più le tecnologie ma la base umana, lo zoccolo duro dei sentimenti, dei desideri e delle paure resta sempre quello ed è la vera base del dialogo tra le generazioni.

Osservavo  ieri una collezione di foto di volti della fine dell’800, il contesto era dell’800 ma i volti erano identici ai volti di oggi. Quelle persone non esistono più da oltre un secolo, eppure, vedere i loro volti ci permette di avere ancora un dialogo con loro. Sto traducendo “Uranismo e Unisessualità” di Raffalovich, il libro è stato pubblicato nel 1896, ma leggendolo con attenzione ne emerge il ritratto di un uomo che potrebbe benissimo essere un uomo di oggi. Andare oltre la propria generazione è possibile, ma è possibile solo se si dice la verità, solo se si è se stessi e non si ha paura di essere giudicati. Ovviamene anche Raffalovich aveva il suo privato, che non confidava a nessuno, ma si batteva per la sua visione del mondo e dell’omosessualità, sosteneva le sue idee e i suoi principi.

Vengo ora ad una riflessione che mi torna spesso alla mente: il gay vecchio, nella sua solitudine spreca nel vuoto di attese lunghissime un tempo che potrebbe essere ancora operoso, si ritira, si chiude in sé, potrebbe agire e non agisce, potrebbe dire e non dice. I vecchi non tendono ad aumentare le loro relazioni interpersonali, ma a limitarle, a cristallizzarle, tendono a limitare il cambiamento, a ripetere, a schematizzare, a non mettere a rischio nemmeno le loro categorie mentali. Quando mi trovo in pubblico e sento ragionamenti che non mi piacciono proprio, adesso, la mia reazione automatica non è il rispondere ma il lasciar dire e tirare avanti per la mia strada, un po’ nella convinzione che discutere non serve a nulla. Qualche giorno fa mi sono trovato a discutere di politica con un ragazzo giovane, chiarisco: quel ragazzo voleva smuovermi da certe mie convinzioni attraverso un ragionamento che, a suo dire, era strettamente logico. Ho provato a dire la mia, mi sono reso conto che non c’era un tentativo di dialogo ma solo di colonizzazione e che la sua pretesa di superiorità culturale non poteva essere scalfita, allora ho cambiato discorso, come se il discorso precedente non mi interessasse affatto, e apparendo anche più svitato di quello che sono, e l’ho salutato. In situazioni come queste sono contento di non essere giovane e di avere superato la fase dell’entusiasmo.

Beh, per oggi basta.