UN GAY SALVATO DALLE TERAPIE RIPARATIVE

Ho 31 anni e, dopo una lunga lotta con me stesso, ho ricominciato a vivere, da diversi anni ho smesso di distruggermi e da un paio d’anni penso di avere trovato proprio la felicità. Sento spesso esaltare la famiglia come se fosse una cosa bellissima, cioè come se fosse il posto ideale in cui un ragazzo può crescere serenamente ma per me, e me ne sto rendendo conto solo ora, la famiglia è stata un posto terribile. Dal di fuori la mia famiglia sembra una famiglia come tante altre, un padre che ha un buon lavoro (molto buono), una madre che lavorava ma poi ha lasciato il lavoro dopo la mia nascita per dedicarsi completamente a me (mai lo avesse fatto!). Entrambi i miei genitori sono di buon libello culturale. Non ho ricordi di nessuno dei miei nonni, ma penso che già i miei nonni siano stati la rovina dei miei genitori, esattamente come i miei genitori sono stati la mia rovina e forse anche peggio. Sia mio padre che mia madre sono figli unici esattamente come me. Non ho mai visto una sola volta mio padre e mia madre scambiarsi un gesto di tenerezza come non ho mai visto mio padre  stanco o trasandato o mia madre non perfettamente curata. Mia madre è sempre stata maniaca dell’ordine, della pulizia, ecc. ecc.. Il valore di fondo che ha sempre dominato la mia famiglia è il prestigio sociale. I miei sono benestanti, diciamo, ma non sono ricchi nel vero senso della parola, certo, per loro, non sentirsi all’altezza del loro mondo sarebbe una sofferenza grandissima. Sono cresciuto stando sempre da solo o con persone molto più grandi di me. La scuola è stata per me un’ossessione fin dalle elementari, non potevo essere il secondo della classe, dovevo essere per forza il primo e questo mi costava moltissimo. Mia madre ogni tanto mi faceva delle domande, proprio delle domande di quelle che si fanno a scuola per vedere se io ero in grado di rispondere. I miei erano molto legati alla chiesa, oggi penso che fosse più per ragioni di opportunità e di politica che per la religione in sé. In particolare da quando avevo sette o otto anni vedevo spesso in casa un prete che poteva avere allora circa 40 anni, lo chimerò qui don Luigi. Oggi dico un prete, ma allora dicevo un sacerdote, perché mia madre era convinta che, sotto sotto, la parola prete, detta da me, potesse avere un valore dispregiativo. Era un prete importante, molto rispettato e poi mi colpiva perché era un po’ la versione ecclesiastica di mio padre: capelli alla tedesca, clergyman perfetto, sempre perfettamente stirato, scarpe lucide, ecc. ecc.. Ho capito soltanto molti anni dopo quanto questo prete abbia influito sulla mia vita, fin da quando ero piccolissimo.

È stato don Luigi che, in pratica, ha deciso che dovessi fare le elementari in un istituto di suore, di cui però non ho un brutto ricordo, se non per il fatto che l’ambiente era quasi militaresco e lo studio era per me veramente un tormento. Quella scuola però aveva due grossi difetti che allora non vedevo affatto, in primo luogo era totalmente fuori dal mondo, cioè lì era tutto ovattato, attutito, i bambini crescevano e non sì rendevano conto di vivere in un mondo del tutto separato dalla realtà e poi c’era il fatto che i bambini erano avviati alla religione da piccolissimi con un sostanziale lavaggio del cervello di cui non potevano assolutamente rendersi conto perché mancava loro ogni possibilità di confronto con la vita di altri ragazzi. A sette anni le suore ci preparavano per la prima confessione, ma un bambino di sette anni ha ben poco da confessare, quindi io assimilavo tutti gli atteggiamenti esterni; le mani giunte, stare in ginocchio, recitare la penitenza ecc. ecc., la cosa che il prete mi ripeteva in confessione a quell’età era sempre che l’obbedienza a papà e mamma era come l’obbedienza a Gesù, che ci vuole bene se facciamo quello che lui ci comanda.  Verso la fine della quinta ho fatto la prima comunione, ma ancora non capivo assolutamente nulla di quello che stavo facendo. Le suore ci insegnavano il catechismo e io lo studiavo come una qualunque materia scolastica ed ero pure orgoglioso di sapere perché Dio avesse creato il mondo ecc. ecc..

La scelta delle medie, anche queste in un istituto religioso, fu caldamente patrocinata da don Luigi che diceva che per me ci voleva una “scuola seria”, cioè una scuola religiosa, che mi preparasse bene a quello che la vita mi avrebbe presentato, sottintendendo che la scuola pubblica fosse un ambientaccio in cui potevo solamente rovinarmi. In prima e seconda media l’ambiente era abbastanza simile a quello delle suore, anche se non c’erano suore ma preti. La scuola ogni tanto, anzi direi abbastanza di frequente, organizzava un campeggio o un soggiorno in campagna per tre giorni e la cosa mi piaceva molto. Li chiamavo “ritiri” e servivano per prepararci alla cresima che ho ricevuto  12 anni. La mia vita si svolgeva  in modo del tutto tranquillo, confessione e comunione tutte le domeniche, che per me era una cosa scontata ma anche molto meccanica, per il resto studiare e cercare di essere il primo della classe, a casa obbedire a papà e mamma, tutto qui.

Poi, improvvisamente all’inizio della terza media il mio mondo di sicurezze infantili va in crisi. Una notte, per la prima volta faccio un sogno bagnato e ricordo perfettamente che avevo sognato che stavo spiando un mio compagno nella doccia o meglio prima che si spogliasse per fare la doccia, al momento in cui immaginavo che si calasse le mutande ho avuto il mio primo orgasmo. Il sogno, lo ricordo ancora, era veramente eccitante e la sensazione fisica del mio primo orgasmo era intensissima e anche l’impressione, vagamente imbarazzante, che provai dopo, sentendomi tutto bagnato e appiccicoso, fu fortissima. Non sapevo che cosa fosse successo perché io sapevo per quale motivo Dio ha creato il mondo ma non sapevo che esistesse la sessualità, o almeno non riuscivo a connettere quello che era successo a me con quel minimo di concetti sul sesso che avevo potuto carpire dal mondo esterno, in pratica solo dalla TV perché internet a casa mia non era mai esistito se non come strumento di lavoro di papà. Insomma, fu quella la prima volta che provai imbarazzo per la sessualità. Non sapevo che fare: parlare con papà o con mamma? E poi raccontare a loro proprio tutto? Anche che sognavo di spiare un mio compagno e di vederlo nudo? Oppure avrei dovuto andare subito a confessarmi perché sognare una cosa simile sicuramente non è una cosa buona? E poi che cos’era tutta quella sostanza appiccicosa che mi ero ritrovato addosso. Decisi di evitare mia madre, perché pensavo che non avrebbe capito, andai a parlare con mio padre che capì al volo quello che era successo, ma a lui non dissi che avevo sognato di vedere un ragazzo nudo. Lui mi disse che ormai stavo diventando grande e che quello che era successo era il risveglio della mia sessualità e che non era una cosa pericolosa ma che per avere un indirizzo serio su come avrei dovuto affrontare queste cose dovevo parlarne col sacerdote. Ho capito solo molti anni dopo l’assurdità di un discorso simile, allora la risposta mi sembrò chiara ed esauriente. Andai a confessarmi nel pomeriggio con un sacerdote che non conoscevo perché mi vergognavo molto, ne trovai uno vecchio che mi disse che quelle cose servono quando ci si sposa e si devono avere figli e che fino a quel momento bisogna mantenere la purezza, cioè preservare assolutamente un dono così grande che mi avrebbe fatto collaboratore di Dio nel diffondere il dono della vita. Poi gli dissi, quasi come se fosse una banalità, quello che avevo sognato e lui si fermò e mi disse: “Questo è un peccato grave perché gli uomini sono fatti per le donne e le donne per gli uomini”, e aggiunse che avrei dovuto pregare molto perché Gesù mi facesse tornare sulla retta via, ecc. ecc., poi mi diede l’assoluzione. Per me fu un trauma tremendo. Che cosa avevo fatto di male? Non riuscivo proprio a capirlo. Comunque decisi di non dire nulla a mio padre di quello che era successo in confessione e di impegnarmi al massimo per non pensare più a quelle cose che mi avevano detto essere peccato grave. Da allora, forse avevo ancora 12 anni o ne avevo appena compiuti 13, la mia vita divenne una lotta continua contro me stesso. Scoprii la masturbazione dopo pochissimi giorni, ma con gravissimi sensi di colpa e con sensi di colpa ancora più grandi continuai nelle mie fantasie sessuali gay. Mi confessavo tutte le domeniche con un prete diverso e dicevo solo di essermi masturbato perché per me il peccato era quello. Dai preti ne sentivo di tutti i colori, sempre sul negativo, chiaramente, ma con molte gradazioni diverse di negatività.

Finite le medie, il mio destino era segnato, per l’intervento di don Luigi finii per la terza volta in una scuola religiosa, sempre di preti, come la scuola media, anche se di un altro ordine, non c’è bisogno di dire che fui mandato al classico, la cosa era scontata a priori. Classe mista con prevalenza femminile i ragazzi però erano una dozzina, quindi non pochissimi. Ovviamente erano miste anche le classi in cui ho frequentato le elementari e le medie, all’poca la cosa mi sembra abbastanza secondaria, ma entrando al ginnasio vedevo le cose in un altro modo, cioè avevo cominciato a guadare i ragazzi, chiaramente con la massima circospezione e con mille scrupoli di coscienza, ma avevo cominciato a guardarli. Sapevo che non avrei dovuto guardarli ma non riuscivo a non guardarli. A scuola c’era ben poco da fare, la sorveglianza era molto rigida e al massimo vedevi dei sorrisi tra un ragazzo e una ragazza e anche quello con molto senso del limite. In pratica ho vissuto di angoscia tutti gli anni del ginnasio-liceo, non per la scuola, dove non ero sicuramente il primo, con grande scorno di mia madre, ma per il sesso. I tentativi di reprimermi sono stati veramente assurdi tanto più perché entrato al ginnasio ho avuto dai miei genitori il mio primo computer e il mio primo accesso a internet con la precisazione che “questo si usa solo per la scuola e quando ci siamo noi”. Ma siccome alle parole non seguivano i fatti, io ho cominciato quasi subito ad andare in internet per cercare foto e video gay (che allora erano ancora pochi e brevissimi). Con internet la frequenza della masturbazione è aumentata esponenzialmente, dire una volta al giorno è poco. A questa mia vita sessuale privatissima corrispondevano le confessioni in cui avevo cominciato a dire al prete che avevo fantasie gay e proprio in confessione mi fu detto per la prima volta che per risolvere definitivamente questo problema e poter avere una vita normale si poteva ricorrere ad uno psicologo, perché ce ne sono di bravissimi che possono aiutare i ragazzi a “rimettersi in carreggiata”, avevo allora 16 anni. È così che ho preso la decisione più assurda della mia vita, come se fosse una scelta eroica di cui sentirmi orgoglioso: sarei andato da uno psicologo per uscire da questa storia di masturbazione e omosessualità, ma come fare? I miei lo avrebbero dovuto sapere. Pensai di dire ai miei genitori che non dormivo la notte, che mi sentivo molto agitato e che avrei voluto parlare con uno psicologo, per tutta risposta mi dissero che don Luigi era per l’appunto  uno psicologo e che avrei potuto parlare con lui. Al che il mio rifiuto fu categorico. Mia madre cercò di insistere, io mi feci convincere non a parlare con don Luigi ma a contattare uno “psicologo serio” indicato da lui. Io sapevo che c’è il segreto professionale e tendevo a fidarmi. Dopo qualche giorno vado al primo appuntamento con lo psicologo, avrà avuto tra i 35 e i 40 anni, tutto è molto rituale, lettino, taccuino, luce bassa, ecc. ecc., sono un po’ spaventato, gli parlo del mio problema: “masturbazione compulsiva e omosessualità, ecc. ecc.” Lui mi dice che si può fare molto ma che il mio impegno dovrà essere totale. Dopo le prime sedute mi fa compilare dei test e mi da un libro da leggere sulle terapie riparative dove ci sono delle storie terribili di omosessuali finiti male, porto a casa il libro e lo nascondo perché non voglio che i miei lo trovino, leggo il libro ma mi fa venire il voltastomaco, lo psicologo mi consiglia di farmi prescrivere degli ansiolitici dal mio dottore ma io non voglio prendere medicine, allora mi manda presso un gruppo religioso che si occupa di queste cose e mi dice che “operare su due fronti” avrebbe facilitato molto le cose. Il gruppo si vedeva la sera, andarci per me è una esperienza di una violenza autoinflitta terribile. Resisto solo alle prime due riunioni, poi dico alla psicologo che non ce la faccio più, lui cerca di insistere per farmi tornare nel gruppo religioso dicendo che è per il mio bene. Ma io non avevo nessuna intenzione di tornarci, allora mi propone una strada più graduale… Nel frattempo la scuola andava a rotoli e mi sono ritrovato con un debito in greco che ha fatto andare mia madre su tutte le furie.

Arrivo a compiere 17 anni che mi sento veramente distrutto, una nullità destinata al fallimento. Passo una notte intera a piangere, non ce la faccio proprio più, non ne voglio più sapere nemmeno di vivere, sono proprio al limite. Parlando con una mia compagna di scuola vengo a sapere che va da uno psicologo e che si trova bene. Dico a mia madre che voglio cambiare psicologo, lei mi vede proprio al limite e non fa obiezioni. Aspetto il giorno del primo appuntamento. L’ambiente è spartano, proprio ridotto ai minimi termini, lui è anziano, sulla sessantina, capelli bianchi, maglione. Mi dà la mano e mi dice di accomodarmi in poltrona e si siede su una poltrona di fronte a me, gli dico qual è il mio problema: “masturbazione compulsiva e omosessualità”, mi chiede: “masturbazione con che frequenza?” Io gli dico “Anche una volta al giorno” che a me sembrava moltissimo, lui sorride, apre le braccia e dice: “E con questo? Questa è la norma!” Io insisto: “Ma con fantasie omosessuali…” e mi risponde: “E allora? Se uno è gay è ovvio che pensi ai ragazzi e non alle ragazze, queste sono cose normali!” Io gli ho detto: “Non so più che fare, non ce la faccio più ad andare avanti, sono proprio al limite…” Poi mi ha fatto raccontare un po’ la mia vita e mi ha detto: “Cerchiamo di semplificare le cose, tu non devi fare le cose che ti dicono gli altri ma quelle che vuoi fare tu, non devi vivere male, perché se no dopo ti verranno mille rimpianti, sei un ragazzo giovanissimo, un ragazzo gay, e allora? Che problema c’è? L’assurdità, per un gay, è proprio forzarsi a desiderare di non essere più gay o peggio impegnarsi per non essere più gay! Devi cominciare a diventare autonomo, a fare quello che tu ritieni giusto, il problema sta proprio nel fatto che ti sei fatto troppi problemi di cose che non ti riguardano, delle cose che gli altri vogliono da te, ma tu devi fare solo quello che vuoi tu. I problemi li avrai perché la tua famiglia non accetterà facilmente che tu faccia quello che vuoi, ma la tua autonomia te la devi guadagnare giorno dopo giorno.”

Quando sono tornato a casa mi sentivo libero, la sensazione era stranissima ma sapevo bene che le cose che mi aveva detto questo psicologo erano in fondo quelle che non avevo il coraggio di dire a me stesso. Non è stato facile realizzare un’autonomia vera perché effettivamente i miei hanno fatto di tutto per mettermi in difficoltà, e qui lo psicologo è stato veramente utilissimo. Adesso ho un ragazzo da due anni e gli voglio profondamente bene, anche lui mi ha aiutato tantissimo, ha avuto con me una pazienza enorme. Adesso viviamo insieme! Un giorno eravamo in strada e io gli ho detto: “Prendimi per mano!” Lui mi ha guardato con aria interrogativa e ho aggiunto: “C’è don Luigi!” E allora mi ha abbracciato e mi ha baciato in mezzo alla strada, ecco perché gli voglio bene!

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...