PRETI E GAY

Ho avuto piena consapevolezza di essere gay fin dall’inizio dell’adolescenza ma per diversi anni ho vissuto il mio essere gay con sensi di colpa, come se si trattasse di un vizio. Abito in paesetto, o meglio in una frazione di un paesetto del Veneto, in gran parte spopolato, in cui è anche difficile arrivare. I miei sono di origine contadina. I miei nonni, spaccandosi la schiena in campagna, quando in Veneto si faceva la fame, sono riusciti a comprare un pezzo di terra e vivevano di quello, poi è venuto il boom dell’industria e i miei genitori sono andati a lavorare in fabbrica mente i nonni continuavano a coltivare la terra, adesso qui sta tornando la fame e per fortuna che c’è il pezzo di terra dei nonni, altrimenti si vivrebbe proprio male. Mio padre ha quasi 60 anni, mia madre un po’ meno, sono genitori anziani per me che ne ho 22. Ci vogliamo bene ma è meglio che con loro non mi metta in mente di fare coming out, in queste cose sono proprio all’età della pietra. Fino all’anno scorso, quando non lavoravano stavano in chiesa a sentire il parroco vecchio che diceva dei gay delle cose mostruose ed era pure convinto che fossero la sacrosanta verità e appresso al parroco anche i miei genitori ne erano convinti. L’anno scorso il vecchio parroco è morto improvvisamente e ne hanno mandato uno nuovo, giovane (lo chiamerò don Aldo, ma non si chiama così), che credo non abbia ancora 30 anni, ed è pure un bel ragazzo. Io non sapresi nemmeno se dirmi religioso o meno, però certi atteggiamenti della chiesa non li ho mai capiti, parlo di quelli sulla omosessualità, ho letto le cose che dice il catechismo e sono rimasto basito anche perché, in piena coscienza a me sembra solo un altro modo di amare e non riesco a capire come non possano o non vogliano rendersene conto. Con questo papa nuovo (Francesco) sembra che qualcosa stia cambiando, ho l’impressione che capisca molto di più i problemi veri delle persone, però non mi voglio illudere, comunque il papa, per me, è troppo lontano, mentre il nuovo parroco c’è realmente. L’ho conosciuto di persona e ho avuto la strana ma netta sensazione che tra noi ci sia stato un gioco di sguardi che con la religione ha poco a che fare. Abbiamo scambiato pochissime parole e pure molto formali, poi ci siamo salutati e ho notato che non mi guardava negli occhi ed era un po’ impacciato.

La prima domenica del nuovo parroco i miei vanno alla messa, io in genere non ci vado, ma questa volta mi decido e vado coi miei. Chiesa piccola. Siamo in tutto una cinquantina di persone arriva il momento della predica e sono molto curioso di sentire quello che il parroco dirà. Potrà sembrare strano, ma il parroco usava un modo di fare molto simile a quello di papa Francesco e diceva anche cose che avevo sentito dire proprio dal papa, in pratica ha parlato del lavoro e della disoccupazione e del dovere della solidarietà cristiana insistendo sul concetto di dare alla fede un significato concreto dandosi da fare per il prossimo. Rispetto ai miei standard era una predica molto anomala ma mi ha fatto una buona impressione. Mio padre e mia madre invece hanno ritenuto che il parroco facesse più un discorso da sindacalista che da prete. Fin qui la prima parte della storia .

I miei genitori e i due nonni che mi sono rimasti, che vivono con noi, tengono moltissimo a me e lo vedo in tutto quello che fanno. Sono figlio unico e sono stato sempre trattato con il massimo riguardo, voglio dire che nella mia famiglia, sia i genitori che i nonni, rinunciavano a qualunque cosa purché io avessi tutto quello che poteva essere utile per il mio futuro. Dopo che ho fatto la maturità, in pratica, hanno lavorato il doppio, ognuno come poteva, per mantenermi agli studi, i miei genitori facevano qualche lavoro extra e mia nonna mi faceva trovare la camicia stirata e le scarpe lucide tutte le mattine quando dovevo andare a lezione all’università. Nonno si alzava alle cinque per prepararmi la colazione in modo che io non perdessi tempo. Lo devo dire: mi sono sentito molto amato in famiglia, ma c’era un problema di fondo, io avevo la certezza che i miei non avrebbero mai accettato che io fossi omosessuale. Che potevo fare? Dare a loro una tremenda mazzata in testa dicendo loro che ero gay, mazzata che avrebbero vissuto malissimo e per la quale si sarebbero sentiti in colpa, pensando che magari la cosa dipendesse da loro, oppure tenere tutto per me e evitare del tutto l’argomento con loro? Ho scelto la seconda strada, che mi sembrava in pratica l’unica non distruttiva dei miei rapporti familiari. Voglio chiarire che non penso che se sapessero che sono gay mi caccerebbero di casa o non mi sosterrebbero più agli studi, questo non lo farebbero mai, però tra noi scenderebbe il velo di una incomprensione sostanziale.

Frequento l’università a Padova, a più di 50 km da casa mia, parto la mattina alle 5.30 e rientro la sera verso le 20.00. Quando sono entrato all’università mi si è aperto un mondo e ho cominciato a capire cose che non avevo mai capito. Mi piace studiare e il fatto di essere fuori sede, per me è stato quasi un vantaggio, è vero che faccio molte ore di strada ogni giorno, però durante il viaggio studio o, se sono stanco, dormo, in pratica del viaggio non mi accorgo più, tanto la cosa è diventata automatica e poi il fatto di stare l’intera giornata all’università oltre ad obbligarmi a studiare mi offre anche l’opportunità di conoscere tanti ragazzi, sia miei colleghi di corso che di altri corsi. Un ragazzo gay che arriva per la prima volta in una grande città (Padova forse non è una grande città ma per me lo è certamente) si porta comunque un sogno nascosto in fondo al cuore, il sogno di incontrare un altro ragazzo gay e di vivere con lui una bellissima storia d’amore e io il ragazzo gay di cui mi sono innamorato e che adesso sta con me, a Padova, l’ho trovato veramente. Magari ti racconterò un’altra volta come è successo, perché il centro di questa mail è un altro. Il mio ragazzo lo chiamerò qui Antonio, perché è di Padova, anche se non si chiama così. Sono due anni e mezzo che stiamo insieme, ho conosciuto i suoi genitori che sanno di noi e che mi trattano benissimo, mi rendo conto che è una situazione molto eccezionale ma è proprio così. Qualche volta, alla vigilia degli esami, non torno a casa ma resto a casa di Antonio a studiare e dormo a casa sua, nella sua stanza. Quando siamo all’università, ufficialmente, noi siamo solo due compagni di corso ma realmente siamo una coppia molto affiatata e, diciamo, può anche capitare che ci scambiamo qualche tenerezza (un abbraccio o un bacetto leggero) quando siamo in strada o al parco degli alpini.

Un giorno che avevamo finito le lezioni del mattino piuttosto presto e dovevamo aspettare le 16.00 per la prima lezione del pomeriggio siamo andati proprio al parco degli alpini. Ci siamo stesi sul prato, al sole (ci sono dei prati bellissimi) e lì senza farci troppo caso abbiamo cominciato a coccolarci un po’, proprio cose minime, però erano coccole affettuose che, diciamo, non erano cose che si scambiamo due che sono solo amici. Insomma, proprio mentre ci stavamo scambiando un po’ di tenerezze, mi vedo don Aldo che viene verso di noi, è vestito con abiti civili, in pratica stava solo seguendo la strada ma la strada si avvicinava parecchio a dove stavamo noi. Mi riconosce, mi saluta con la mano e tira dritto. Dico subito ad Antonio che è passato il mio parroco e ci ha visto, lui si tira un po’ su e mi dice: “Ma è quello?” Gli dico: “Sì!” e lui mi dice: “Ma è un prete?”

Mi sentivo molto agitato, don Aldo mi aveva visto scambiarmi coccole con un ragazzo e, dato lo strano gioco di sguardi che c’era stato tra me e il parroco il primo giorno, in pratica, davo per scontato che avesse capito perfettamente di che cosa si trattava, temevo che potesse riferire la cosa ai miei e che potesse crearmi una marea di problemi. Già avere incontrato don Aldo mi aveva scombussolato non poco ma non è finita qui. Quando la sera ho preso l’autobus per tornare a casa me lo sono ritrovato davanti ed è venuto a sedersi visino a me. Lui ha cominciato a parlare dandomi del tu e gli ho risposto dandogli del lei e chiamandolo don Aldo, ma ha voluto che gli dessi del tu. Non ha minimamente accennato a quello che aveva visto e anche io ho sorvolato del tutto, mi ha chiesto di raccontargli un po’ la storia del paese e mi ha pure parlato di sé, naturalmente tenendosi molto sulle generali.

Dopo qualche giorno mi ha chiamato ad telefono, presentandosi semplicemente con un: “Sono Aldo”, poi mi ha detto che avrebbe voluto parlarmi, io gli ho detto di sì e sci siamo dati appuntamento in canonica verso le nove. Non sapevo che cosa potevo aspettarmi da lui, ma ormai dal fatto del Parco degli Alpini erano passati alcuni giorni e lui ai miei non aveva detto assolutamente nulla, pensavo che volesse prendere il discorso con me e la cosa mi dava fastidio. Alle nove in punto suono alla canonica, mi viene ad aprire, mi fa salire in un salottino molto spartano e poi mi dice: “Ti vorrei chiedere un favore, c’è una signora anziana del paese che non ha nessuno e che deve andare a Padova perché deve fare un day hospital dalla mattina alla sera e non sa come fare… insomma tu hai la macchina e so che vai a Padova tutti i giorni per l’università, se ci vai anche giovedì prossimo e se potessimo andare insieme con quella signora, io l’accompagnerei in ospedale e poi potremmo tornare insieme, che ne pensi?” Io gli ho detto: “Io vado a Padova con l’autobus però ok, nessun problema, ci si può andare una volta in macchina.” Aldo mi ha risposto: “La benzina la pago io,” Io gli ho detto: “No, assolutamente! Andiamo certamente e tu non paghi nulla!” Mi ha detto solo “Ok! Ci sentiamo per l’orario esatto!” e mi ha stretto la mano fortissimo, sorridendo mentre mi guardava negli occhi e lì, per la seconda volta, ho provato una sensazione analoga a quella del nostro primo incontro. A casa ho spiegato ai miei che il giovedì successivo sarei andato col parroco per portare quella signora al day hospital e i miei non hanno fatto una grinza, come d’altra parte ero certo che succedesse. La sera parlo con Antonio su skype e gli racconto tutta la situazione, lui mice solo: “E simpatico don Aldo! Un po’ strano come prete, ma mi piace!”

Il giovedì, alle 6.30, io, Aldo e la signora anziana partiamo alle 6.30. Aldo questa volta è vestito di nero e col collettino e la spilletta con la croce. In macchina si fa prima che con l’autobus, arriviamo dalle parti del policlinico piuttosto presto e andiamo a fare colazione insieme in un bar dove vanno spesso gli studenti universitari. Ci sediamo al tavolino e parliamo con la signora. Una ragazza, mia collega di corso, mi riconosce e mi saluta, io le presento Aldo, dicendo. “il mio parroco” e la signora. Poi accompagno Aldo e la signora all’ospedale. Sono rimasto molto colpito dalle reazioni della signora anziana, che si è sentita trattata come una regina, ci diceva tante cose bellissime, insomma mi ha commosso proprio.

A lezione incontro Antonio che mi chiede: “A che ora hai l’appuntamento per tornare in paese?” Gli dico “Alle 19.30”, mi risponde: “Vengo anche io?” Gli dico: “Certo! … così mi dai un parere!” e gli scarmiglio i capelli. Alle 19.30, io e Antonio siamo insieme all’appuntamento. Aldo è già lì, le signora aspetta nell’androne dell’ospedale perché fa un po’ fresco, facciamo le presentazioni, io, istintivamente dico ad Aldo: “Lui è Antonio, il mio ragazzo!” e Aldo non fa una piega, gli stringe la mano e si vede che è contendo, poi supera il momento di imbarazzo e entra nell’androne dell’ospedale per fare venire la signora. Saliamo in macchina, Antonio ci saluta e partiamo. Per tutto il viaggio chiediamo alla signora come si è trovata col day hospital e che trattamento ha fatto, che cosa le hanno detto i dottori e tante altre cose del genere. La signora si sente assistita e si commuove, certi momenti sono proprio bellissimi. Al paese riportiamo la signora a casa e Aldo si ritira subito in canonica, io ovviamente l’ho lasciato andare, chissà che cosa aveva per la mente.

Ecco la storia è a questo punto. Non tiro nessuna conclusione, certo Aldo ha avuto di noi il massimo rispetto, penso che non saprò mai quale ne sia il vero perché ma il rispetto c’è stato e allora mi sono chiesto: “Chi sono io per giudicare un prete che cerca sinceramente la sua strada?!”

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