GAY E SESSO SOSTITUTIVO

Mi è capitato diverse volte nei colloqui con ragazzi gay di tutte le età di rendermi conto di quanto la sessualità abbia spesso in realtà un valore sostitutivo dell’affettività e di quanto questa sostituzione sia inefficiente e deludente. Non sono sessuofobo ma non credo certo che la sessualità di per sé rappresenti la base del benessere di una persona. Se la sessualità ha anche una forte base affettiva, comunicativa, di calore umano, allora diventa uno degli elementi più potentemente stabilizzanti della personalità, se invece è staccata dalla dimensione affettiva finisce per essere la manifestazione di un disagio.

Ho visto spesso ragazzi sessualmente molto disponibili fuggire sistematicamente le occasioni concrete di creare un rapporto affettivo importante e mi sono chiesto perché l’affettività possa fare paura e da quello che vedo l’unica risposta credibile sta nel fatto che un rapporto affettivo importante è visto come “stretto”, costrittivo, limitativo della libertà. Dietro questo modo di vedere le cose c’è spesso il ricordo di esperienze familiari difficili, nelle quali la dimensione affettiva è stata utilizzata come mezzo di contenzione e di controllo della libertà individuale, ma oltre a questo c’è anche il modello di coppia legato all’idea tradizionale del matrimonio come vincolo di una unione monogama e sostanzialmente irreversibile.

Quando i genitori iperprotettivi ma non capaci di dialogare vivono con angoscia la libertà dei loro figli che si allontanano dalla famiglia, tendono, anche inconsciamente, a fare in modo che i figli sentano il rapporto affettivo con loro più come un vincolo che come una sicurezza. È il tipico modello educativo: “Se mi vuoi bene devi fare quello che dico io”.

La paura di innamorarsi è legata anche ad un altro concetto e cioè all’idea di evitare il “compromesso” che è molto spesso alla  base della vita di coppia. Intendo dire che i ragazzi che evitano di costruire rapporti affettivi per salvaguardare la loro libertà, evitano in pratica di entrare in rapporti dei quali non sono veramente convinti, sono cioè molto più selettivi rispetto alla media nella ricerca di un partner perché non vogliono perseguire l’idea della “coppia per la coppia” ma desiderano una coppia che non sia di compromesso. Spesso è facilissimo scivolare da rapporti di conoscenza superficiale verso forme di coinvolgimento molto stretto e vincolante che non hanno una base affettiva veramente forte.

I ragazzi che sembrano non amare la vita di coppia tendono a seguire un ragionamento che dal di fuori sembra strano, ma che in effetti ha un senso molto preciso, dicono infatti che una cosa è “voler bene a un ragazzo”, anche, se è il caso, con un po’ di sesso, e una cosa molto diversa è trovarsi un compagno. Tipica è l’espressione: “Gli voglio bene, ma non ne sono innamorato, mentre di quell’altro ragazzo sono proprio innamorato perso, con lui sì che ci starei in coppia!” L’elemento discriminante tra il voler bene e l’innamorarsi è chiaramente di natura sessuale e non è certamente una cosa banale. Un ragazzo che sembra avere paura della vita di coppia e che in genere tende a tutelare molto la propria libertà è disposto a sacrificarla “solo” per costruire un rapporto stabile con un ragazzo che lo coinvolge molto fortemente a livello sessuale. Il ragionamento è assolutamente lineare: una scelta tendenzialmente definitiva deve avere alla base una motivazione forte e l’interesse sessuale è una delle componenti, se non la componente essenziale, di un interesse veramente forte.

Se guardiamo alle ragioni del fallimento di molte coppie, quando c’è nonostante tutto alla base una stima e un affetto reciproco, troviamo al primo posto il crollo dell’interesse sessuale, nella maggior parte dei casi da una parte sola. Una coppia di persone, tutto sommato serie ed equilibrate, non funziona quando viene meno da una delle due parti il feeling sessuale verso il partner. Quando ciò accade c’è da chiedersi se quel feeling ci sia mai stato o non sia stato sostituito da una fragile accondiscendenza dovuta magari al bisogno di non stare soli. Molto probabilmente la coppia che va in crisi dopo pochi mesi era una coppia di compromesso, in cui, da una parte almeno, non c’era un vero trasporto sessuale.

Qualche decina di anni fa, era abbastanza usuale  trovare matrimoni combinati per intervento delle famiglie. In situazioni del genere il vero collante della coppia era dato dall’approvazione sociale che non proponeva ma imponeva agli sposi una vita in cui la sessualità diventava una variabile secondaria finalizzata alla nascita dei figli. In situazioni del genere, dalla parte del marito, avere un’amante rappresentava la risposta tacitamente tollerata all’asservimento della sessualità nel matrimonio; dalla parte della moglie, invece, si proponeva come una valore religioso e consolatorio l’obbedienza e la sottomissione, dando per scontata e inevitabile la frustrazione totale della sessualità femminile. Questo modello di vita di coppia è stato inevitabilmente esportato anche in campo gay. Ovviamente, data la mancanza di figli e di formalizzazione del rapporto in una unione tendenzialmente indissolubile come nel matrimonio, la coppia gay “di compromesso” è caratterizzata da una fragilità ben più alta di quella dei matrimoni combinati. Va aggiunto che la scarsa visibilità sociale delle coppie gay riduce notevolmente la paura delle reazioni sociali (lo scandalo) che caratterizzava la crisi del matrimonio di compromesso.

Fin qui abbiamo analizzato le motivazioni che inducono certi ragazzi a non legarsi con facilità a livello affettivo, si tratta di motivazioni forti ma, ciò non di meno, la rinuncia alla pur precaria stabilità tipica delle coppie di compromesso, specialmente quando i rapporti familiari sono in crisi e le amicizie restano superficiali o conflittuali, comporta un senso di vuoto, di sospeso, aumenta la percezione del passare del tempo e, inevitabilmente, spinge alla ricerca di valori sostitutivi dell’affettività e l’unica risposta concreta sta nel cercare di sostituire l’affettività con la sessualità ma, ovviamente, con una sessualità non affettiva, con un risultato che sembra riproporre sul piano sessuale l’idea di coppia di compromesso che era stata esclusa sul piano affettivo. È vero però che non si tratta quasi mai, oggettivamente, di coppie di compromesso su base sessuale perché manca il requisito di fondo della stabilità, manca cioè il vincolo che viene automaticamente escluso in nome della tutela della libertà individuale e manca anche il vincolo dell’esclusività.

Vorrei sgombrare il campo dai pregiudizi moralistici. L’unico vero rischio di questi comportamenti è rappresentato dalla promiscuità sessuale che, se non accompagnata dall’uso sistematico di adeguate forme di prevenzione, aumenta sensibilmente il rischio di contrarre malattie a trasmissione sessuale.

Sul piano dei rapporto sociali, i ragazzi che presentano resistenza a formare coppie di compromesso incontrano spesso incomprensioni, sono considerati in qualche modo dipendenti dal sesso e per di più da un sesso promiscuo, questo perché l’idea di coppia di compromesso, a livello sociale è considerata, mi si pasi il gioco di parole, un buon compromesso tra bisogni sessuali e stabilità, cioè l’adattarsi al compromesso, che rappresenta il comportamento più condannato a parole, è ciò nonostante il più diffuso nella realtà. Il vero problema dei ragazzi che tendono a sostituire l’affettività con una sessualità promiscua sta nel fatto che i partner con cui si relazionano, in genere, ragionano nel modo più comune, cioè tendono a creare coppie di compromesso, senza grossi problemi, quando si trovano di fronte a ragazzi sessualmente disponibili, perché danno per scontato che la disponibilità sessuale comporti automaticamente una analoga disponibilità affettiva, cosa che nelle situazioni di cui stiamo parlando, non è realistica. Si incontrano quindi su piano sessuale due mentalità molto lontane e le incomprensioni possono essere profonde e laceranti perché entrambi i partner si ritengono giudicati e incompresi in cose che ai loro occhi appaiono fondamentali e scontate. È proprio questo meccanismo che impedisce il consolidarsi di rapporti che sono nati sul piano sessuale e alimenta la promiscuità dei ragazzi che non vogliono creare coppie di compromesso.

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